lunedì 17 giugno 2013

Level Up!

Sensazioni, percezioni, stati d’animo. Al momento non mi importa di tutto ciò. L’unica cosa alla quale riesco a pensare è il freddo. Cazzo, fa un freddo fottuto.
Provo a sistemare alla meglio questi stramaledetti cartoni e questi giornali ormai pregni di umidità e di sporco. Non c’è un cazzo da fare: il cartone non da nemmeno lontanamente l’illusione di avere addosso una calda coperta di lana. Il cartone è fatto per imballare, non c’è storia.
Inutile. Mi devo alzare, devo muovermi o stavolta rischio davvero di tirare le cuoia.
Accanto a me, dormienti, ci sono altri tre o quattro clochard. Me ne vado senza salutarli, tanto non si scappa. Non si va da nessuna parte. Domani saranno ancora qui, sempre se passano la notte.
Cammino in direzione del parco. E’ illuminato a giorno. Vicino al marciapiede sta parcheggiando una Lancia Y. Ai tempi anche io guidavo una macchina così; era di mia moglie ma la usavo anche io per andare a prendere il giornale il sabato mattina. Sembra passato un secolo, ma a fare il barbone ti accorgi che 6 anni sono un secolo. Eh si. Duemilacentonovanta giorni circa a cercare di sopravvivere, a trovare del cibo, a chiedere l’elemosina, vivendo di espedienti.
Avevo una casa, un lavoro e una moglie. Ora non ho più niente, la crisi mi ha portato via tutto. Solo al mondo, senza un centesimo, non avevo alternative. Il destino è proprio un figlio di puttana: sei anni fa li guardavo con disprezzo questi barboni, questi cosiddetti “invisibili”. Ora sono in mezzo a loro, vivo con loro, mangio (poco) con loro. Sono uno di loro.
Avanzo senza una metà, attirato dalle luci dell’arena, un’imponente struttura romana in mezzo al parco. Mi sento una mosca. Vado verso le luci e cerco ogni forma di nutrimento possibile. Sono inferiore alla mosca: lei può volare via.
Alla fermata del 77 ci sono dei ragazzi che urlano, sono eccitati, parlano di concerto e di un’artista. Mai sentito. Deve essere roba americana o chissà cosa. Da sei anni a questa parte sono isolato dal mondo. Un tempo mi piacevano i Dire Straits, ora non so nemmeno che fine hanno fatto.
I ragazzi sbraitano, sputano per terra e si colpiscono amichevolmente. Un biondino con un piumino nero e una sciarpa nerazzurra beve da una bottiglia di Jack Daniel’s. Supero la pensilina osservando il gruppo: alcuni bevono delle birre in bottiglia e poi a turno ognuno si fa una golata di Jack. Si vede che fanno fatica a mandarlo giù, il caro zio Jack. Improvvisamente il biondino indica un gruppo di ragazze. Stanno camminando verso l’arena in direzione del concerto. Piovono commenti. La più alta, noncurante del freddo, ha una minigonna verde che le copre si e no la zona inguinale. Le scarpe col tacco alto completano l’opera.
In preda a crisi ormonali i ragazzi cominciano a bestemmiare e con passo deciso si dirigono verso le femmine. Il biondino, senza farsi vedere, appoggia la bottoglia di Jack sulla panca della pensilina e corre a raggiungere gli altri.
Bravi coglioni. Che bel regalo. Praticamente la bottiglia non fa in tempo a toccare la superficie della panchina, che già la tengo tra le mani. Il caro vecchio Jack. Non ne bevo un sorso da almeno dieci anni. Butto giù due sorsate secche, senza pensarci. Il calore comincia pian piano a pervadere le mie membra. E’ un sollievo vacuo.
Mi siedo sulla panchina. Penso a quella che una volta era la mia famiglia, a mia moglie e a quel figlio di una cagna che me l’ha portata via. Giù una golata. Penso a questa città di merda. E giù un’altra golata. Vedo le luminarie, il Natale e tutte ste stronzate. Auguri e via un'altra sorsata di Jack. Penso a me, a quanto possa essere inutile la vita di un uomo e all’indifferenza che una persona può suscitare. Se io crepo qui, l’unico ad accorgersene sarà lo spazzino che domani verrà a pulire la strada. La mia vita, i miei sentimenti, tutto quello legato alla mia esistenza sarebbe come se non fosse mai esistito. Io non ho mai vissuto. Sono uno zero assoluto. Penso a questo e mi bevo alla goccia tutto il whiskey rimanente della bottiglia. Poi la lancio in strada.
Non capitava da anni. Sono completamente ubriaco. Non mangio da giorni e il Jack deve aver pestato forte, più del dovuto.
Mi dirigo verso la folla, seguo la mandria impazzita. Spintono a caso qua e là. C’è troppa gente e neanche qui vengo cagato da nessuno. Anzi a dire il vero qualcuno si occupa di me c’è: è il buttafuori davanti alle transenne che con una spinta energica mi sbatte contro le transenne laterali, separandomi dal flusso di ragazzi in festa. Rido e mi rialzo ma vengo rispedito indietro dalla spinta di alcuni ragazzi.
Bestemmio e insulto persone a caso. Poi da qualche parte mi arriva una sberla. Arretro e mi ritiro nel parco. Sono confuso e sicuramente poco lucido, ma l’euforia che mi pervade è incontrollabile ed è in aumento. Corro. Faccio il giro dell’arena. Saltello e urlo insieme alle migliaia di ragazzi all’interno dell’arena. Poi inciampo in una radice. Alberi maledetti. Cazzo che male. Alzo lo sguardo e vedo un piccolo ingresso laterale. Non capisco più niente, non me ne frega un cazzo ma voglio entrare in quella merda di arena. Ormai lo devo fare. Avanzo barcollando. La mia vista si limita a una decina di metri. Il resto è tutto offuscato. La mia percezione è nulla. Entro.
Sono in un lungo corridoio illuminato da un paio di lampade fioche. Sento delle voci. Vado avanti attaccato al muro. Finisco in una specie di conca e cado di faccia. Sangue.
Passano delle persone in corridoio. Nessuno mi vede in questa conca schifosa.
Fregandomene di tutti mi rialzo e continuo ad avanzare nel corridoio che a un certo punto svolta a destra. Lo seguo.
Del sangue mi cola dal naso per la botta di prima ma mi pulisco con la manica del giaccone. Comincio a sentire la stanchezza invadermi le membra ma la crescente musica mi attira come il sangue attira il predatore. Cado di nuovo, stavolta attraverso una porta, rimasta aperta. E’ uno stanzino pieno di roba da vestire, grossi specchi e alcuni strumenti musicali. Ubriaco o meno, la mia conclusione mi porta a pensare di essere finito nel camerino di queste rock star da strapazzo. Sento altre voci. Puntano verso lo stanzino. Arretrando mi trovo in un minuscolo bagno. Mi acquatto in un angolino. La botta del Jack sta scendendo e comincio a sentirmi a disagio, stordito e disorientato. Poi la vedo. Sul lavandino. In una bustina della dimensione di un portamonete. Bianca come un foglio appena uscito dalla cartiera. Candida. Senza dubbio è coca.
La afferro subito, insieme al pezzetto di carta rigida, arrotolato a mo di tubicino, che vedo ai piedi del cesso. Sniffo una prima striscia. Non lo facevo da almeno 6 anni, da quel periodo buio che mi ha portato via tutto. Cazzo è roba buona. Si trattano bene i signorini. Altra riga. Sniffo con vigore. Sento la botta che risale come un geyser. L’ultimo tiro mi stronca. Sono immortale ora. Nessuno può farmi nulla. Butto tutto a terra, con disprezzo. Ora sono una divinità e gli altri la pagheranno cara. Con uno scatto bruciante mi lancio nello stretto corridoio che da accesso al palco. Quelli della sicurezza nemmeno mi vedono e all’imbocco della scaletta del palco, vengono travolti dalla mia figura veloce. Li vedo solo cadere a terra, sorpresi da dietro dall’incedere di un nuovo semidio.
Salgo sul palco, sull’altare che mi consacrerà. Ormai non comando più il mio corpo. Fa tutto lui.
Ora che ho la consapevolezza, so quello che devo fare. Il fine, lo scopo sono marchiate a fuoco nella mia mente. Poi accade tutto in una frazione di secondo.
L’impatto col cantante che cerca di placcarmi, le urla di quelli della sicurezza, lo stupore del pubblico, impietrito. E poi ancora la parapiglia, le botte e per finire la caduta. Abbracciato come una bambina ad un peluche, io e l’ossigenato cantante cadiamo dal palco, nello spazio vuoto prima delle transenne. Da lì è tutto scuro.
Quando ricomincio a mettere insieme due parole sono in una stanza piccola e quadrata. La luce filtra da una piccola finestrella chiusa. La puzza di sudore e un parlottare insistito mi destano dal torpore. Alzo lo sguardo. Vedo delle sbarre. Sono in una cella. Mi hanno sbattuto dentro.
Non mi ricordo molto. Solo la caduta col biondo che si dibatteva.
“Hai fatto un bel casino” sogghigna una voce proveniente dal letto a castello.
Chissà cosa è successo.
“Sei un coglione” prosegue la voce nell’angolo.
Mi ricordo della coca e del Jack.
“Farti sbattere dentro per una cosa così. Che testa di cazzo”.
Ora ricordo tutto. Il puzzle è di nuovo completo. Stranamente non mi sento in colpa. Mi guardo in giro. Sorrido e mi dirigo verso il letto morbido.
“Ma che cazzo ridi deficiente?” mi apostrofa il mio compagno di cella.
Non si può fingere. Il senso di colpa non si falsifica. Continuo a ridere mentre mi sdraio sul letto, coprendomi con una coperta trovata ai piedi del letto.
“Per un po’ non avrò più freddo” esclamo fissando l’uomo nella cella. Gli sorrido e mi giro di lato.
Un bel passo avanti per la mia vita.