martedì 30 settembre 2014

UNO

“Le persone con un carattere sincero lo mostrano quando nessun altro è presente”. La frase del biscotto della fortuna cinese era l’unica cosa che si ricordava di quel sogno sfuocato e strampalato che coinvolgeva persone che non c’entravano un cazzo tra loro. Aprì gli occhi pensando agli eventuali significati della frase, quasi fosse un messaggio mandato da chissà chi. Si era dimenticato della festa, ma bastò appoggiare un piede a terra per ritornare alla realtà. La casa faceva cagare. Patatine, nachos, salatini sbriciolati in ogni angolo della casa, gocce di salsa barbecue sul tappeto, ketchup sul bracciolo del divano e una scia maionese che conduceva alla cucina. Il muro era affrescato con schizzi di Barbera e di Sauvignon Blanc mentre vicino allo spigolo della TV poteva essere saltata in aria una bottiglia di Campari. Il muro all’altezza del battiscopa in corridoio era fradicio. Qualcuno doveva aver esploso un paio di Menabrea in zona. Ma la cosa peggiore erano le bottiglie. In ogni cazzo di angolo c’erano bottiglie di birra, di Campari, di bianco, rosso, vodka, i mignon di scotch. Pure al cesso. Era l’angolo della Becks. Bottiglie sulla lavatrice, un paio nella vasca, appoggiate tra il cesso e il bidet, una incastrata nel portasapone della doccia tra il balsamo e il bagnoschiuma. Frank “Cinismo” Tonetti si rifiutò si entrare in cucina per verificare i danni. Si limitò a bestemmiare e si lasciò ricadere a peso morto sul divano. Bestemmiò nuovamente sentendo un milione di patatine sbriciolarsi sotto la sua mole. Prese il telefono per controllare che i suoi amici fossero vivi. Il minimo sindacale dopo una festa del genere. Prima di tutto Fabio Social che la sera prima, per difendere la sua reputazione, incenerì i maroni degli invitati a colpi di selfie, tag e richieste di amicizia. Fabio era malato di social networks: avete presente quelle persone che non mangiano se prima non fanno una foto al piatto o che, ovunque vadano, sentono il bisogno di fare foto di gruppo. Al parco, a casa loro o di amici, in metro, allo stadio, in ogni cazzo di ristorante rigorosamente prima della foto della pietanza, il più delle volte con espressioni ebeti o da tenebrosi o la peggiore di tutti, con la lingua fuori. I malati che mettono ogni 30 secondi link, citazioni, canzoni. Fanno test, ti invitano a giocare, tweettano non avendo la minima idea di come si faccia, scrivono status inutili, invettive contro il nulla, populismo e demagogia in sharing. Questo era Fabio e purtroppo un cinico come Frank doveva riconoscere di avere fin troppi social addicted nella sua cerchia di amicizie, quelle reali. Il problema è che “Social” non stava bene. Mostrava agli altri una vita patinata, dove tutto era figo e divertente. In realtà era depresso ed annoiato. D’altronde Frank lo diceva sempre: se ogni giorno hai bisogno di scrivere in bacheca che “stai bene” senza che nessuno te lo chieda, beh cazzo, allora mi sa che non stai bene per niente. Il telefono squillò un paio di volte e, con la consueta celerità, Fabio rispose. Si accordarono grugnendo pochi monosillabi ciascuno. Era il turno di Michelino “Friendzone” Terenghi. Il soprannome appioppatogli dal gruppo la diceva lunga. Michele era sempre coinvolto in qualche tresca dove il poverino finiva sistematicamente per prendersi bene dell’amica di turno. Mesi di preparativi, di carinerie, di “io ci sarò per te” che finivano per ritorcersi contro il malcapitato. Friendzonato, sempre e comunque. E quando non c’erano le amiche, c’erano la Jessica, la Veronica, la Fabiana, l‘Alessia di turno a tenerlo occupato. Michelino era un ingegnere del fallimento sentimentale. “Sono tutte ste strategie di merda che ti fregano” lo istruiva il cinico Frank. Anche la sera prima, durante la festa, Michelino aveva speso oltre due ore su whatsapp per chiarire con tale Federica. Ormai si era perso il conto delle trame ordite dal nostro eroe. Frank chiuse la seconda telefonata con un sonoro “ripigliati”. L’idea di uscire in effetti non lo entusiasmava, ma pensare di stare a casa a pulire quel bordello lo paralizzava. E poi la dottrina di vita di Frank suggeriva che “procrastinare è cosa buona e giusta”. Questo pensiero lo tranquillizzava non poco. In più doveva parlare agli altri del progetto che gli era balenato per la testa la sera prima, tra un Pampero e un Vodka Red Bull. Lavato e vestito si avviò verso la porta. Quando la aprì trovò un capannello di vicini sul pianerottolo, accompagnati dal portiere. Lo fissarono e, ancora prima che cominciassero le filippiche ed i sermoni su quanto siano screanzati i giovani d’oggi, Frank vide cosa era successo. Qualche geniaccio aveva vomitato sullo zerbino del vicino e , non contento, aveva sparso birra e pop corn in quantità industrale sulle scale. Alzò lo sguardo al cielo, si abbassò gli occhiali da sole portandoseli sul naso e, mentre era già cominciato l’uragano di prediche degli indignati vicini, ricominciò il suo personalissimo rosario di bestemmie.