sabato 9 novembre 2013

Felicità

Se qualcuno vi dice di esser felice da tempo, non credetegli. Non si può essere felici per giorni o addirittura per mesi interi: la felicità è qualcosa di istantaneo, è un attimo, una sensazione fulminea. Una persona può essere serena, quello si. La serenità è uno stato che può essere costante, ma non la felicità. Essere sereni è per la vita, essere felici è per un istante.
Quando ti tocca la felicità, sparisce tutto quello che c’è intorno; il mondo, i suoi problemi, le persone. Tutto sparisce. Per un breve e impercettibile attimo capisci che non ti interessa nulla del resto del mondo, che vorresti congelare il tempo, che vorresti che fosse per sempre.
Ho avuto anche io il mio momento di felicità e dire che l’ho incontrato casualmente pare un eufemismo. Tutto comincia e finisce con una barca, con il mare e con una profumata notte d’estate.
Era una notte di inizio luglio, di quelle calde e appiccicose. La fatica degli ultimi esami aveva lasciato spazio alla voglia di riposo assoluto. La mia piccola imbarcazione a remi si dondolava con gentilezza sul mare leggermente increspato. La mezzaluna splendente faceva compagnia alle mille stelle incastonate nel nero assoluto del cielo. Nessuna altra luce, la costa in lontananza.
In quella sera, solo su una barca, una lampada, una birra, un cannone e un libro, ero sereno. Qualcuno sostiene che la felicità non è tale, se non condivisa. Io sono d’accordo ma quella sera, tutto sommato, non mi potevo lamentare.
Tornando verso riva con il peso del mix cannone-birra nella testa mi accorsi di non essere solo. Sulla spiaggia c’era una persona.
“Tu sei quello che alle superiori aveva tirato il gavettone al vice preside l’ultimo giorno di scuola giusto?” - non sono proprio le prime parole che uno si aspetta da una ragazza incontrata a tarda notte su una spiaggia.
“Si sono io. Ci conosciamo?” - la fiera della banalità.
Cominciò tutto così.
Anche stasera il cielo è stellato, ma la notte è fredda, gelida, senza anima. Sdraiato sull’asfalto posso solamente guardare la moltitudine celeste che mi sovrasta. Nonostante il dolore incessante, la mente rimane lucida e viaggia fino a quelle serate. Un rewind mentale alla ricerca della felicità, di quei momenti unici.
La stessa barca, lo stesso mare, un’estate diversa. La differenza è che non ero solo su quella bagnarola. C’era lei. Lei bastava. Nient’altro. Lei che mi guarda, mi abbraccia, mi bacia e mi sussurra quelle cose all’orecchio. In quell’istante il mondo sparisce. Quella è la felicità. Io l’ho provata così. Quel metro e sessantacinque di capelli castano scuri e quegli occhi grandi e profondissimi di un marrone vivo, rappresentavano il mio trampolino per la sensazione più bella.
Chiudo gli occhi. Ora il freddo è pungente. Continuo a rimanere sdraiato sulla strada, sento che qualcosa comincia ad abbandonarmi. Ma non ho paura. Continuo a pensare.
Penso a come lei è entrata nella mia vita e a come lei ne è uscita, con altrettanta facilità. Eh si, perché il mondo è bastardo, ti circonda e ti ghermisce con la sua superficialità. Ti innervosisce e poi lavora ai fianchi. Ti esaurisce, ti sfianca. Fino a che non vedi tutto nero e tutto quello che di bello ti circondava finisce per essere un corollario di cose negative. Anche la persona più importante finisce per essere un peso. Ma tu continui a fregartene perché è il mondo che te lo chiede. Continui a perdere i pezzi, ma non te ne accorgi perché il mondo e la vita hanno altre richieste per te, molto più importanti.
Una voce stridula e fioca dentro di te urla “Cosa stai facendo? Riprenditi! Non lasciarla andare”, ma è troppo debole, quasi impercettibile. E così accade. Tu perdi tutto, rimani solo coi tuoi problemi. Allora quel punto questa puttana di vita è felice, si scosta e ti piazza davanti agli occhi il sunto di tutti gli errori che hai fatto. Ma è troppo tardi.
E’ andata così. Lei l’ho persa in questo modo, con superficialità, poco alla volta.
Ma non l’ho mai dimenticata. E va a lei quello che potrebbe essere il mio ultimo pensiero, mentre il sonno comincia a far leva pesantemente sulle mie palpebre costrette dal casco mezzo rotto. La moto è lontana, per terra, a ridosso della cunetta. Il sangue è ovunque sulla strada. Non avrei mai pensato di andarmene così.
Eppure in questo scenario così desolato, il pensiero va a lei, alla sua risata, ai suoi capelli e al suo profumo. Lei è la mia felicità. E tutto sommato sono contento di averla provata un paio di volte, la vera sensazione di abbandono, un abbandono così dolce che provoca assuefazione.
Un’auto si ferma. Sento parole confuse. Domande.
Comincia tutto a sfocarsi mentre le mie braccia tremano. E’ davvero beffardo capire come funziona la giostra e non poter metter in atto quello che si è appreso: forse senza quel ghiaccio sulla strada e senza quell’impatto sul guardrail domani l’avrei potuta chiamare e avrei potuto piangere tra le sue braccia. E poi, chissà.
Invece niente. Ma la vita è bastarda, lo si sa. Ed ora, mentre si appresta a terminare di giocare con me, mi saluta e mi abbandona, un poco alla volta.

lunedì 17 giugno 2013

Level Up!

Sensazioni, percezioni, stati d’animo. Al momento non mi importa di tutto ciò. L’unica cosa alla quale riesco a pensare è il freddo. Cazzo, fa un freddo fottuto.
Provo a sistemare alla meglio questi stramaledetti cartoni e questi giornali ormai pregni di umidità e di sporco. Non c’è un cazzo da fare: il cartone non da nemmeno lontanamente l’illusione di avere addosso una calda coperta di lana. Il cartone è fatto per imballare, non c’è storia.
Inutile. Mi devo alzare, devo muovermi o stavolta rischio davvero di tirare le cuoia.
Accanto a me, dormienti, ci sono altri tre o quattro clochard. Me ne vado senza salutarli, tanto non si scappa. Non si va da nessuna parte. Domani saranno ancora qui, sempre se passano la notte.
Cammino in direzione del parco. E’ illuminato a giorno. Vicino al marciapiede sta parcheggiando una Lancia Y. Ai tempi anche io guidavo una macchina così; era di mia moglie ma la usavo anche io per andare a prendere il giornale il sabato mattina. Sembra passato un secolo, ma a fare il barbone ti accorgi che 6 anni sono un secolo. Eh si. Duemilacentonovanta giorni circa a cercare di sopravvivere, a trovare del cibo, a chiedere l’elemosina, vivendo di espedienti.
Avevo una casa, un lavoro e una moglie. Ora non ho più niente, la crisi mi ha portato via tutto. Solo al mondo, senza un centesimo, non avevo alternative. Il destino è proprio un figlio di puttana: sei anni fa li guardavo con disprezzo questi barboni, questi cosiddetti “invisibili”. Ora sono in mezzo a loro, vivo con loro, mangio (poco) con loro. Sono uno di loro.
Avanzo senza una metà, attirato dalle luci dell’arena, un’imponente struttura romana in mezzo al parco. Mi sento una mosca. Vado verso le luci e cerco ogni forma di nutrimento possibile. Sono inferiore alla mosca: lei può volare via.
Alla fermata del 77 ci sono dei ragazzi che urlano, sono eccitati, parlano di concerto e di un’artista. Mai sentito. Deve essere roba americana o chissà cosa. Da sei anni a questa parte sono isolato dal mondo. Un tempo mi piacevano i Dire Straits, ora non so nemmeno che fine hanno fatto.
I ragazzi sbraitano, sputano per terra e si colpiscono amichevolmente. Un biondino con un piumino nero e una sciarpa nerazzurra beve da una bottiglia di Jack Daniel’s. Supero la pensilina osservando il gruppo: alcuni bevono delle birre in bottiglia e poi a turno ognuno si fa una golata di Jack. Si vede che fanno fatica a mandarlo giù, il caro zio Jack. Improvvisamente il biondino indica un gruppo di ragazze. Stanno camminando verso l’arena in direzione del concerto. Piovono commenti. La più alta, noncurante del freddo, ha una minigonna verde che le copre si e no la zona inguinale. Le scarpe col tacco alto completano l’opera.
In preda a crisi ormonali i ragazzi cominciano a bestemmiare e con passo deciso si dirigono verso le femmine. Il biondino, senza farsi vedere, appoggia la bottoglia di Jack sulla panca della pensilina e corre a raggiungere gli altri.
Bravi coglioni. Che bel regalo. Praticamente la bottiglia non fa in tempo a toccare la superficie della panchina, che già la tengo tra le mani. Il caro vecchio Jack. Non ne bevo un sorso da almeno dieci anni. Butto giù due sorsate secche, senza pensarci. Il calore comincia pian piano a pervadere le mie membra. E’ un sollievo vacuo.
Mi siedo sulla panchina. Penso a quella che una volta era la mia famiglia, a mia moglie e a quel figlio di una cagna che me l’ha portata via. Giù una golata. Penso a questa città di merda. E giù un’altra golata. Vedo le luminarie, il Natale e tutte ste stronzate. Auguri e via un'altra sorsata di Jack. Penso a me, a quanto possa essere inutile la vita di un uomo e all’indifferenza che una persona può suscitare. Se io crepo qui, l’unico ad accorgersene sarà lo spazzino che domani verrà a pulire la strada. La mia vita, i miei sentimenti, tutto quello legato alla mia esistenza sarebbe come se non fosse mai esistito. Io non ho mai vissuto. Sono uno zero assoluto. Penso a questo e mi bevo alla goccia tutto il whiskey rimanente della bottiglia. Poi la lancio in strada.
Non capitava da anni. Sono completamente ubriaco. Non mangio da giorni e il Jack deve aver pestato forte, più del dovuto.
Mi dirigo verso la folla, seguo la mandria impazzita. Spintono a caso qua e là. C’è troppa gente e neanche qui vengo cagato da nessuno. Anzi a dire il vero qualcuno si occupa di me c’è: è il buttafuori davanti alle transenne che con una spinta energica mi sbatte contro le transenne laterali, separandomi dal flusso di ragazzi in festa. Rido e mi rialzo ma vengo rispedito indietro dalla spinta di alcuni ragazzi.
Bestemmio e insulto persone a caso. Poi da qualche parte mi arriva una sberla. Arretro e mi ritiro nel parco. Sono confuso e sicuramente poco lucido, ma l’euforia che mi pervade è incontrollabile ed è in aumento. Corro. Faccio il giro dell’arena. Saltello e urlo insieme alle migliaia di ragazzi all’interno dell’arena. Poi inciampo in una radice. Alberi maledetti. Cazzo che male. Alzo lo sguardo e vedo un piccolo ingresso laterale. Non capisco più niente, non me ne frega un cazzo ma voglio entrare in quella merda di arena. Ormai lo devo fare. Avanzo barcollando. La mia vista si limita a una decina di metri. Il resto è tutto offuscato. La mia percezione è nulla. Entro.
Sono in un lungo corridoio illuminato da un paio di lampade fioche. Sento delle voci. Vado avanti attaccato al muro. Finisco in una specie di conca e cado di faccia. Sangue.
Passano delle persone in corridoio. Nessuno mi vede in questa conca schifosa.
Fregandomene di tutti mi rialzo e continuo ad avanzare nel corridoio che a un certo punto svolta a destra. Lo seguo.
Del sangue mi cola dal naso per la botta di prima ma mi pulisco con la manica del giaccone. Comincio a sentire la stanchezza invadermi le membra ma la crescente musica mi attira come il sangue attira il predatore. Cado di nuovo, stavolta attraverso una porta, rimasta aperta. E’ uno stanzino pieno di roba da vestire, grossi specchi e alcuni strumenti musicali. Ubriaco o meno, la mia conclusione mi porta a pensare di essere finito nel camerino di queste rock star da strapazzo. Sento altre voci. Puntano verso lo stanzino. Arretrando mi trovo in un minuscolo bagno. Mi acquatto in un angolino. La botta del Jack sta scendendo e comincio a sentirmi a disagio, stordito e disorientato. Poi la vedo. Sul lavandino. In una bustina della dimensione di un portamonete. Bianca come un foglio appena uscito dalla cartiera. Candida. Senza dubbio è coca.
La afferro subito, insieme al pezzetto di carta rigida, arrotolato a mo di tubicino, che vedo ai piedi del cesso. Sniffo una prima striscia. Non lo facevo da almeno 6 anni, da quel periodo buio che mi ha portato via tutto. Cazzo è roba buona. Si trattano bene i signorini. Altra riga. Sniffo con vigore. Sento la botta che risale come un geyser. L’ultimo tiro mi stronca. Sono immortale ora. Nessuno può farmi nulla. Butto tutto a terra, con disprezzo. Ora sono una divinità e gli altri la pagheranno cara. Con uno scatto bruciante mi lancio nello stretto corridoio che da accesso al palco. Quelli della sicurezza nemmeno mi vedono e all’imbocco della scaletta del palco, vengono travolti dalla mia figura veloce. Li vedo solo cadere a terra, sorpresi da dietro dall’incedere di un nuovo semidio.
Salgo sul palco, sull’altare che mi consacrerà. Ormai non comando più il mio corpo. Fa tutto lui.
Ora che ho la consapevolezza, so quello che devo fare. Il fine, lo scopo sono marchiate a fuoco nella mia mente. Poi accade tutto in una frazione di secondo.
L’impatto col cantante che cerca di placcarmi, le urla di quelli della sicurezza, lo stupore del pubblico, impietrito. E poi ancora la parapiglia, le botte e per finire la caduta. Abbracciato come una bambina ad un peluche, io e l’ossigenato cantante cadiamo dal palco, nello spazio vuoto prima delle transenne. Da lì è tutto scuro.
Quando ricomincio a mettere insieme due parole sono in una stanza piccola e quadrata. La luce filtra da una piccola finestrella chiusa. La puzza di sudore e un parlottare insistito mi destano dal torpore. Alzo lo sguardo. Vedo delle sbarre. Sono in una cella. Mi hanno sbattuto dentro.
Non mi ricordo molto. Solo la caduta col biondo che si dibatteva.
“Hai fatto un bel casino” sogghigna una voce proveniente dal letto a castello.
Chissà cosa è successo.
“Sei un coglione” prosegue la voce nell’angolo.
Mi ricordo della coca e del Jack.
“Farti sbattere dentro per una cosa così. Che testa di cazzo”.
Ora ricordo tutto. Il puzzle è di nuovo completo. Stranamente non mi sento in colpa. Mi guardo in giro. Sorrido e mi dirigo verso il letto morbido.
“Ma che cazzo ridi deficiente?” mi apostrofa il mio compagno di cella.
Non si può fingere. Il senso di colpa non si falsifica. Continuo a ridere mentre mi sdraio sul letto, coprendomi con una coperta trovata ai piedi del letto.
“Per un po’ non avrò più freddo” esclamo fissando l’uomo nella cella. Gli sorrido e mi giro di lato.
Un bel passo avanti per la mia vita.

mercoledì 3 aprile 2013

Il ciclo di una lacrima

Apre gli occhi. No cazzo, vuole dormire ancora e si gira dall'altra parte. Un rumore, poi il suono di cento clacson. Nell'appartamento accanto uno stereo spara musica pessima a tutto volume, coprendo le grida di un litigio. Niente da fare. Si alza.
La città giù di sotto ha già cominciato a vivere. Si è ridestata dal torpore notturno per tornare ad essere un formicaio impazzito, dove i suoi abitanti se ne fregano di tutto e tutti, guardando sempre in basso e tirando dritti.
Fa colazione. Guarda la Tv mentre finisce di riordinare le idee. Si lava il viso. Le lacrime della sera prima hanno lasciato dei piccoli segni, puntini bianchi sulla pelle. Via basta. Una sciaquata con acqua tiepida e quei segni sono svaniti. Smettere di pensarci. E' così difficile?
Prende giacca e zaino. Chiude la casa. Scende per strada, nel formicaio, diventa formica pazza.
L'autobus è stracolmo come al solito. Razze, colori, storie diverse si intrecciano in un mischuglio di odori, sensazioni organiche che colpiscono come uno schiaffo in pieno volto. Accende la musica. Si isola.Le porte si aprono. Scende.
L'aula è gremita. Gente che urla, che indica, che bisbiglia. Una zona tranquilla. Una sedia libera in una fila completamente vuota.
Volano pezzi di carta. Euforia alle stelle. Ora che è calmo, ci ripensa. Quel pensiero torna a martellare, come lo scalpello di un falegname. Incide e scava, sempre più a fondo. Un nervo scoperto, lì alla mercè delle intemperie. Poi silenzio.
Qualcuno sta entrando. Zitti. Comicia a parlare. E' vecchio e i suoi vestiti sono gli stessi di ieri.
La voce soporifera enuncia numeri, formule, mentre la sua mano tremula disegna grafici, rette che si intersecano, diagrammi senza un perchè.
Spegne la musica.Scrive. Il pensiero si è allontanto di nuovo. Due ore passano lentamente, i minuti sono tutti lì in fila come centoventi soldatini. Si susseguono, uno dopo l'altro. Ecco l'ultimo. Si, finalmente. E' finita. Esce.
Un panino cotto alla bellemeglio che non vale i soldi spesi. Una Coca e via.Mentre mangia ecco che ritorna. Stavolta parte da qualcosa di nuovo, intraprende nuove strade, si avventura in zone oscure, in coni d'ombra sconosciuti ma al termine del viaggio va sempre a finire lì. E ricomincia a scavare, trova il fondo e comincia a trivellare. Sempre più giù.
Studia. L'aula è silenziosa. Tra i libri aperti, gli appunti disordinati e la calligrafia da terza elementare non può che rispuntare. Ha pranzato con lui, ora lo segue anche nello studio. Non se ne va il bastardo.
Qualche ora ma è dura. Poi stop. Torna a casa.
Di nuovo sull'autobus, di nuovo con la musica sparata nelle orecchie. Parte una ballata. No cazzo. Il collegamento è più che ovvio ed eccolo che torna a dare fastidio anche sull'autobus. Pensiero incessante. Dubito abbia l'abbonamento ma nessun controllore se ne accorgerà.
E' davanti alla porta. Sale le scale. Fuori il sole saluta e torna da dove è venuto.
Disordine. Chissenefrega.
Una doccia. L'acqua calda massaggia le spalle e lava via l'acido e il veleno della città. I suoi odori e i suoi vizi colano nelo scarico.
La radio è sempre accesa. Una canzone triste aleggia nell'aria. No cazzo, non la si può cambiare. La ascolta. Chiude gli occhi e la rivede.
Di un colore così raro quei capelli e quella bocca. Vattene. Occhi color nocciola con taglio da principessa Maya. Basta ti prego.
Torna alla realtà. Perchè soffrire così?
L'ultimo shampoo va via veloce. Ha fretta di uscire e di spegnere quella maledetta radio. Si asciuga. Si veste.
La porta è chiusa ma non servirà a niente perchè entrerà lo stesso. Più si avvicina lo notte più è lì, in attesa come un lupo che attende la sua preda.
Mangia.Guarda la Tv. Una partita. Finalmente un'altra distrazione. Poi un film sta finendo. L'epilogo è ovviamente un lieto fine. Speranze per un mondo diverso che non esite.Si alza dal divano. E' stanco.
Si lava i denti. Sia avvia verso il letto come un condannato al patibolo. Lui lo sa. Li tra quelle coperte c'è già qualcuno che l'aspetta. A breve inizierà una lotta selvaggia, un combattimento. Le forze non si equivalgono. Ha la meglio.
Ricomincia a scavare, a trivellare, a spostare mucchi di ricordi, di sensazioni, di emozioni. Ci siamo quasi. Eccolo. Il cuore. Il vero obiettivo.
Ora è davvero finita. Tutto torna alla mente, pensieri, reminescenze talmente nitide da sembrare reali, dettagli e profumi. Torna indietro al tempo in cui lei non era solo un ricordo assillante. Errori pesanti. Se sbagli paghi, oh si se paghi. Troppo però. Errori minimi, particolari, incastri non riusciti e qualcuno che torna a portarti un conto talmente salato da toglierti il sonno. Niente più sogni.
Non poteva andare diversamente. Anche questa sera ha perso. Lui pensa. Un pensiero positivo finalmente. Qualcuno che ti può battere c'è maledetto ricordo. Più si va avanti, più ti fai debole. Il tempo ti sta tagliando le gambe e prima o poi col suo aiuto ti sconfiggerà.
Nel frattempo sgorgano come ruscelli e bagnano le guancie. Lacrime salate, dense, il risultato di una giornata di combattimento. Lacrime dunque. Quelle lacrime che domani una sciacquata di acqua tiepida porterà via.