Ultimo Capolinea
I racconti di chi rimane.. fino alla fine
martedì 30 settembre 2014
UNO
“Le persone con un carattere sincero lo mostrano quando nessun altro è presente”.
La frase del biscotto della fortuna cinese era l’unica cosa che si ricordava di quel sogno sfuocato e strampalato che coinvolgeva persone che non c’entravano un cazzo tra loro.
Aprì gli occhi pensando agli eventuali significati della frase, quasi fosse un messaggio mandato da chissà chi.
Si era dimenticato della festa, ma bastò appoggiare un piede a terra per ritornare alla realtà.
La casa faceva cagare. Patatine, nachos, salatini sbriciolati in ogni angolo della casa, gocce di salsa barbecue sul tappeto, ketchup sul bracciolo del divano e una scia maionese che conduceva alla cucina. Il muro era affrescato con schizzi di Barbera e di Sauvignon Blanc mentre vicino allo spigolo della TV poteva essere saltata in aria una bottiglia di Campari. Il muro all’altezza del battiscopa in corridoio era fradicio. Qualcuno doveva aver esploso un paio di Menabrea in zona.
Ma la cosa peggiore erano le bottiglie. In ogni cazzo di angolo c’erano bottiglie di birra, di Campari, di bianco, rosso, vodka, i mignon di scotch.
Pure al cesso. Era l’angolo della Becks. Bottiglie sulla lavatrice, un paio nella vasca, appoggiate tra il cesso e il bidet, una incastrata nel portasapone della doccia tra il balsamo e il bagnoschiuma.
Frank “Cinismo” Tonetti si rifiutò si entrare in cucina per verificare i danni. Si limitò a bestemmiare e si lasciò ricadere a peso morto sul divano.
Bestemmiò nuovamente sentendo un milione di patatine sbriciolarsi sotto la sua mole.
Prese il telefono per controllare che i suoi amici fossero vivi. Il minimo sindacale dopo una festa del genere.
Prima di tutto Fabio Social che la sera prima, per difendere la sua reputazione, incenerì i maroni degli invitati a colpi di selfie, tag e richieste di amicizia.
Fabio era malato di social networks: avete presente quelle persone che non mangiano se prima non fanno una foto al piatto o che, ovunque vadano, sentono il bisogno di fare foto di gruppo. Al parco, a casa loro o di amici, in metro, allo stadio, in ogni cazzo di ristorante rigorosamente prima della foto della pietanza, il più delle volte con espressioni ebeti o da tenebrosi o la peggiore di tutti, con la lingua fuori.
I malati che mettono ogni 30 secondi link, citazioni, canzoni. Fanno test, ti invitano a giocare, tweettano non avendo la minima idea di come si faccia, scrivono status inutili, invettive contro il nulla, populismo e demagogia in sharing.
Questo era Fabio e purtroppo un cinico come Frank doveva riconoscere di avere fin troppi social addicted nella sua cerchia di amicizie, quelle reali.
Il problema è che “Social” non stava bene. Mostrava agli altri una vita patinata, dove tutto era figo e divertente. In realtà era depresso ed annoiato. D’altronde Frank lo diceva sempre: se ogni giorno hai bisogno di scrivere in bacheca che “stai bene” senza che nessuno te lo chieda, beh cazzo, allora mi sa che non stai bene per niente.
Il telefono squillò un paio di volte e, con la consueta celerità, Fabio rispose.
Si accordarono grugnendo pochi monosillabi ciascuno.
Era il turno di Michelino “Friendzone” Terenghi.
Il soprannome appioppatogli dal gruppo la diceva lunga.
Michele era sempre coinvolto in qualche tresca dove il poverino finiva sistematicamente per prendersi bene dell’amica di turno. Mesi di preparativi, di carinerie, di “io ci sarò per te” che finivano per ritorcersi contro il malcapitato. Friendzonato, sempre e comunque.
E quando non c’erano le amiche, c’erano la Jessica, la Veronica, la Fabiana, l‘Alessia di turno a tenerlo occupato.
Michelino era un ingegnere del fallimento sentimentale.
“Sono tutte ste strategie di merda che ti fregano” lo istruiva il cinico Frank.
Anche la sera prima, durante la festa, Michelino aveva speso oltre due ore su whatsapp per chiarire con tale Federica. Ormai si era perso il conto delle trame ordite dal nostro eroe.
Frank chiuse la seconda telefonata con un sonoro “ripigliati”.
L’idea di uscire in effetti non lo entusiasmava, ma pensare di stare a casa a pulire quel bordello lo paralizzava. E poi la dottrina di vita di Frank suggeriva che “procrastinare è cosa buona e giusta”. Questo pensiero lo tranquillizzava non poco. In più doveva parlare agli altri del progetto che gli era balenato per la testa la sera prima, tra un Pampero e un Vodka Red Bull.
Lavato e vestito si avviò verso la porta.
Quando la aprì trovò un capannello di vicini sul pianerottolo, accompagnati dal portiere.
Lo fissarono e, ancora prima che cominciassero le filippiche ed i sermoni su quanto siano screanzati i giovani d’oggi, Frank vide cosa era successo.
Qualche geniaccio aveva vomitato sullo zerbino del vicino e , non contento, aveva sparso birra e pop corn in quantità industrale sulle scale.
Alzò lo sguardo al cielo, si abbassò gli occhiali da sole portandoseli sul naso e, mentre era già cominciato l’uragano di prediche degli indignati vicini, ricominciò il suo personalissimo rosario di bestemmie.
mercoledì 2 aprile 2014
Scende?
Odio questa città di merda.
Qui la gente corre, si dimena, schiva e si ammassa in queste strade puzzolenti. C’è da fare lo slalom tra le cicche, gli sputi e gli stronzi pestati e trascinati sul marciapiede. C’è puzza di merda ovunque perché la merda è ovunque: i cani cagano dappertutto e il fetore si alza e si unisce a quello delle macchine in coda. Già la coda. Qui si fa la coda dappertutto: la coda sui mezzi, la coda per mangiare, la coda per pagare. Cazzo, viviamo in tre in casa e bisogna fare la coda perfino per andare al cesso. Le macchine sono perennemente in coda, lo stress scorre nelle arterie, la stanchezza ti annebbia la mente e ti irretisce il cervello, facendo sembrare una sonora strombazzata sul clacson, la panacea di tutti i mali. Odio le macchine. Odio la metropolitana. Odio i tram.
Sono qui seduto su questo lurido seggiolino imbrattato da qualche writer depresso, col puzzo di sudore misto a umidità e a quello sporco di chi, per volontà o meno, non si lava da giorni o settimane. Odio questo puzzo. La vecchietta accanto a me puzza di zuppa, quelle zuppe dove ci metti il pane o i crostini. Mi passa accanto quello che dovrebbe essere un manager, stanco, stufo e pure incazzato. Ma nemmeno con lui il puzzo demorde, cattura tutti e va a mischiarsi con quel che rimane dell’aroma di dopobarba dopo la lunga giornata, ultimo baluardo del profumo in una terra infestata dal fetore. Odio questa gente.
Gialli, bianchi, neri… Qui il razzismo non c’entra un cazzo. Li odio tutti e stop. Odio vedere il grande circo generazionale del 2010 propinarci ogni genere di esemplare: il punkettone coi piercing, la vecchia di prima, quella della zuppa, un cinese con una misteriosa borsa piena di merci, il barbone coi sacchetti dell’Esselunga e due cartoni sottobraccio. Fermata. Fuori uno e dentro l’altro. Una suora sale. E’ anziana e si muove alla moviola. Un tipo si alza e la lascia sedere. Bravo samaritano. La suora ora è seduta di fianco ad un transessuale dai lunghi capelli biondi. Cazzo che accoppiamento. Mi scappa da ridere. Mi faccio un film sulle loro storie di vita: la suora avrà avuto la vocazione ad un certo punto della sua vita, ma secondo me si può dire lo stesso anche per il transessuale. E’ sempre una sorta di vocazione, un richiamo.
Sferragliando, la lurida carcassa arancione avanza sempre più verso il centro di questo formicaio merdoso. Il trans scende. Mi alzo, mi preparo, voglio scendere. Comincio a preparare mentalmente il momento nel quale dovrò scattare per strada, dribblando alla Garrincha il fiume umano che già, dopo un’occhiata fuori dal finestrino, vedo attendermi sui marciapiedi.
E penso. Mi perdo in pensieri lontani, luoghi e persone. Colori. Azzurro. Tanto azzurro ovunque e il verde e... ed è proprio lì che succede. In un lampo, come un flash forward improvviso al video registratore. Mi ritrovo catapultato avanti di cinque secondi, senza averli vissuti. Sono per terra, steso.
Comincia tutto a ricomporsi davanti a me. Il sistema che si è interrotto bruscamente si sta riavviando ed ha quasi finito il caricamento. Ora comprendo.
Il tram è rovesciato. La gente urla. E‘ ferita. L’unica cosa che mi viene da dire è “Cazzo”.
Mi alzo. Che schifo sono finito su quei cartoni di merda che aveva il barbone. Spero che gli facciano da letto e basta e che il mio amico clochard non sia incontinente. Tiro un calcio agli schifosissimi sacchetti di plastica. Sto bene per fortuna. Anzi no. Perdo del sangue ma devo capire dove. Una sirena.
Mi guardo in giro. So che c’è una sola cosa importante da fare al momento. La gente può aspettare, i rantolii soffocati non mi distrarranno dal mio vero target. E‘ uno di quei momenti dove ti giochi tutto, dove rischi davvero che qualcuno faccia saltare il banco, il tuo banco, con te seduto sopra. Chissenefrega della vecchietta che puzza di zuppa, finita nell’incavo formato dai tre gradini per scendere e la porta d’entrata. Si muove. Per me è abbastanza.
Lontano s’intravede qualcosa. Il punkettone è in piedi. Sta bestemmiando perché ha un braccio rotto. Nel caos qualcuno smuove qualcosa da terra. Percepisco tutto. E‘ il mio momento. Ora che l’ho vista devo solo prenderla, farla mia, riacciuffarla dopo il suo tentativo di fuga.
Ci sono. Scosto la gamba malridotta della suora che sta piagnucolando, con la mano destra tento di dare una pulitina superficiale e poi finalmente torno a mettermela sulla spalla. La mia borsa. Il mio magico contenitore segreto.
Ora non mi resta che scendere. Non ne voglio sapere più nulla. “I soccorsi arriveranno a minuti”, urla qualcuno ma non ho minuti da buttare. Ne ho già persi troppi. Ma la mia borsa ora è qui con me. Ho tutto quello che mi serve. Ho una busta. La mia busta è la mia chiave magica per andarmene da questo posto di merda, da questo brutto livello dove ormai il mio alter-ego virtuale si è bloccato da anni. Il mio passepartout per il Verde e per l’Azzurro.
Dentro la busta ci sono 15000 nuove possibilità per una vita migliore altrove. Solo per iniziare. Giusto per fuggire. Qualcuno li chiamerebbe Euro. Io preferisco chiamarli possibilità. 15000 modi per avere una rivincita su quest’ammasso informe di materia biologica.
Trovo un varco. Scendo. Mi corrono incontro due controllori vestiti di tutto punto. Comincio a ridere. Mi immagino loro avvicinarsi e chiedermi di esibire l’abbonamento. Rido poi mi volto.
Sembra che il tram numero 52 abbia voluto accoppiarsi con il 54. La parte anteriore del 52 è completamente penetrata nel telaio metallico del 54. Ora la cabina di guida del conducente del 52 si trova a metà del 54, in una sorta di perversa matrioska tranviaria. I passeggeri del 52 sono stati shakerati malamente qua e là all’interno del tram mentre quelli del 54… beh.. alcuni se la passano proprio male.
Insieme al sottoscritto è riuscita a scendere una ragazza. E’ carina, bionda con gli occhi castani. Zoppica e singhiozza. Mi guarda. Anche qui l’unica cosa che mi viene da dire è “Cazzo”.
Mi incammino. Poi il gelo. Mi accorgo. Gli occhi si smorzano, il respiro si cristallizza. Guardo in basso.
La borsa è completamernte lacerata sul fondo. E’ irrimediabilmente vuota. Per la seconda volta nell’arco di pochi minuti il sistema si riavvia. Torno a comprendere. E’ tutto sul tram, è tutto perso.
Non piango, non impreco, non sbuffo. Cammino. Voglio lasciarmi tutto alle spalle. Era la mia occasione, ora è andata.
La gente si ammassa per vedere. Sadici bastardi. Odio la calca. Io continuo a camminare. Il sangue gronda dalla mia fronte e il bianco della camicia ora è solo un ricordo. Penso a quello che è successo. Sono ormai distante dall’incidente. Tutti si fermano attoniti a guardarmi.
Una donna mi corre incontro. Insiste, mi tocca, vuole sapere come sto.
E’ strano, ma l’unica cosa che mi viene in mente è “Che giornata di merda”.
Qui la gente corre, si dimena, schiva e si ammassa in queste strade puzzolenti. C’è da fare lo slalom tra le cicche, gli sputi e gli stronzi pestati e trascinati sul marciapiede. C’è puzza di merda ovunque perché la merda è ovunque: i cani cagano dappertutto e il fetore si alza e si unisce a quello delle macchine in coda. Già la coda. Qui si fa la coda dappertutto: la coda sui mezzi, la coda per mangiare, la coda per pagare. Cazzo, viviamo in tre in casa e bisogna fare la coda perfino per andare al cesso. Le macchine sono perennemente in coda, lo stress scorre nelle arterie, la stanchezza ti annebbia la mente e ti irretisce il cervello, facendo sembrare una sonora strombazzata sul clacson, la panacea di tutti i mali. Odio le macchine. Odio la metropolitana. Odio i tram.
Sono qui seduto su questo lurido seggiolino imbrattato da qualche writer depresso, col puzzo di sudore misto a umidità e a quello sporco di chi, per volontà o meno, non si lava da giorni o settimane. Odio questo puzzo. La vecchietta accanto a me puzza di zuppa, quelle zuppe dove ci metti il pane o i crostini. Mi passa accanto quello che dovrebbe essere un manager, stanco, stufo e pure incazzato. Ma nemmeno con lui il puzzo demorde, cattura tutti e va a mischiarsi con quel che rimane dell’aroma di dopobarba dopo la lunga giornata, ultimo baluardo del profumo in una terra infestata dal fetore. Odio questa gente.
Gialli, bianchi, neri… Qui il razzismo non c’entra un cazzo. Li odio tutti e stop. Odio vedere il grande circo generazionale del 2010 propinarci ogni genere di esemplare: il punkettone coi piercing, la vecchia di prima, quella della zuppa, un cinese con una misteriosa borsa piena di merci, il barbone coi sacchetti dell’Esselunga e due cartoni sottobraccio. Fermata. Fuori uno e dentro l’altro. Una suora sale. E’ anziana e si muove alla moviola. Un tipo si alza e la lascia sedere. Bravo samaritano. La suora ora è seduta di fianco ad un transessuale dai lunghi capelli biondi. Cazzo che accoppiamento. Mi scappa da ridere. Mi faccio un film sulle loro storie di vita: la suora avrà avuto la vocazione ad un certo punto della sua vita, ma secondo me si può dire lo stesso anche per il transessuale. E’ sempre una sorta di vocazione, un richiamo.
Sferragliando, la lurida carcassa arancione avanza sempre più verso il centro di questo formicaio merdoso. Il trans scende. Mi alzo, mi preparo, voglio scendere. Comincio a preparare mentalmente il momento nel quale dovrò scattare per strada, dribblando alla Garrincha il fiume umano che già, dopo un’occhiata fuori dal finestrino, vedo attendermi sui marciapiedi.
E penso. Mi perdo in pensieri lontani, luoghi e persone. Colori. Azzurro. Tanto azzurro ovunque e il verde e... ed è proprio lì che succede. In un lampo, come un flash forward improvviso al video registratore. Mi ritrovo catapultato avanti di cinque secondi, senza averli vissuti. Sono per terra, steso.
Comincia tutto a ricomporsi davanti a me. Il sistema che si è interrotto bruscamente si sta riavviando ed ha quasi finito il caricamento. Ora comprendo.
Il tram è rovesciato. La gente urla. E‘ ferita. L’unica cosa che mi viene da dire è “Cazzo”.
Mi alzo. Che schifo sono finito su quei cartoni di merda che aveva il barbone. Spero che gli facciano da letto e basta e che il mio amico clochard non sia incontinente. Tiro un calcio agli schifosissimi sacchetti di plastica. Sto bene per fortuna. Anzi no. Perdo del sangue ma devo capire dove. Una sirena.
Mi guardo in giro. So che c’è una sola cosa importante da fare al momento. La gente può aspettare, i rantolii soffocati non mi distrarranno dal mio vero target. E‘ uno di quei momenti dove ti giochi tutto, dove rischi davvero che qualcuno faccia saltare il banco, il tuo banco, con te seduto sopra. Chissenefrega della vecchietta che puzza di zuppa, finita nell’incavo formato dai tre gradini per scendere e la porta d’entrata. Si muove. Per me è abbastanza.
Lontano s’intravede qualcosa. Il punkettone è in piedi. Sta bestemmiando perché ha un braccio rotto. Nel caos qualcuno smuove qualcosa da terra. Percepisco tutto. E‘ il mio momento. Ora che l’ho vista devo solo prenderla, farla mia, riacciuffarla dopo il suo tentativo di fuga.
Ci sono. Scosto la gamba malridotta della suora che sta piagnucolando, con la mano destra tento di dare una pulitina superficiale e poi finalmente torno a mettermela sulla spalla. La mia borsa. Il mio magico contenitore segreto.
Ora non mi resta che scendere. Non ne voglio sapere più nulla. “I soccorsi arriveranno a minuti”, urla qualcuno ma non ho minuti da buttare. Ne ho già persi troppi. Ma la mia borsa ora è qui con me. Ho tutto quello che mi serve. Ho una busta. La mia busta è la mia chiave magica per andarmene da questo posto di merda, da questo brutto livello dove ormai il mio alter-ego virtuale si è bloccato da anni. Il mio passepartout per il Verde e per l’Azzurro.
Dentro la busta ci sono 15000 nuove possibilità per una vita migliore altrove. Solo per iniziare. Giusto per fuggire. Qualcuno li chiamerebbe Euro. Io preferisco chiamarli possibilità. 15000 modi per avere una rivincita su quest’ammasso informe di materia biologica.
Trovo un varco. Scendo. Mi corrono incontro due controllori vestiti di tutto punto. Comincio a ridere. Mi immagino loro avvicinarsi e chiedermi di esibire l’abbonamento. Rido poi mi volto.
Sembra che il tram numero 52 abbia voluto accoppiarsi con il 54. La parte anteriore del 52 è completamente penetrata nel telaio metallico del 54. Ora la cabina di guida del conducente del 52 si trova a metà del 54, in una sorta di perversa matrioska tranviaria. I passeggeri del 52 sono stati shakerati malamente qua e là all’interno del tram mentre quelli del 54… beh.. alcuni se la passano proprio male.
Insieme al sottoscritto è riuscita a scendere una ragazza. E’ carina, bionda con gli occhi castani. Zoppica e singhiozza. Mi guarda. Anche qui l’unica cosa che mi viene da dire è “Cazzo”.
Mi incammino. Poi il gelo. Mi accorgo. Gli occhi si smorzano, il respiro si cristallizza. Guardo in basso.
La borsa è completamernte lacerata sul fondo. E’ irrimediabilmente vuota. Per la seconda volta nell’arco di pochi minuti il sistema si riavvia. Torno a comprendere. E’ tutto sul tram, è tutto perso.
Non piango, non impreco, non sbuffo. Cammino. Voglio lasciarmi tutto alle spalle. Era la mia occasione, ora è andata.
La gente si ammassa per vedere. Sadici bastardi. Odio la calca. Io continuo a camminare. Il sangue gronda dalla mia fronte e il bianco della camicia ora è solo un ricordo. Penso a quello che è successo. Sono ormai distante dall’incidente. Tutti si fermano attoniti a guardarmi.
Una donna mi corre incontro. Insiste, mi tocca, vuole sapere come sto.
E’ strano, ma l’unica cosa che mi viene in mente è “Che giornata di merda”.
venerdì 31 gennaio 2014
Torna alla partenza
17 – 22 – 23
I primi tre numeri filano via lisci come l’olio. Li sento e li assimilo in tranquillità, così come si fa con il caffè dopo pranzo.
Quando estraggono il 45, comincia ad ascendere un folle pensiero nella mia testa. Mi sfiora. Lo lascio andare.
Il 59 mi esplode direttamente in faccia. Un colpo secco che mi sbriciola. Sono a pezzi, ma l’idea dell’aver fatto “cinque” mi tiene momentaneamente in piedi, mi ancora alla realtà, tiene la mia concentrazione in vita e puntata su quel minuscolo 22 pollici Mivar.
Sono un palazzo ridotto ad un cumulo di macerie, dei laterizi ammassati a caso, pezzi di stipiti, di serramenti, di mobili. Il 77 è il bulldozer che mi passa sopra e cancella tutto quello che, forse, si sarebbe potuto ricostruire. Niente sarà più come prima.
Il numero jolly non lo ascolto neanche. Con la testa sono altrove. Il mio primo impulso è quello di spaccare, rompere, distruggere. Poi aspetto e vado a controllare sul televideo che tutto non sia un clamoroso abbaglio o una gigantesca sciarada.
Fisso lo schermo nero con le scritte colorate. Esclamo “ Col cazzo!” e comincio a saltare per il monolocale.
Non ci voglio credere. Quel pezzettino di carta che tengo fra le mani vale 97 milioni di euro. Ho le mani sudate, ho paura di sgualcirlo, di rovinarlo. Lo appoggio sul tavolo.
Mi devo calmare. Ora il segreto è non fare cazzate, non farsi sgamare. Devo continuare a fare la vita di sempre, devo far calmare le acque, spostare l’attenzione di quelli che potrebbero avere qualche sospetto.
Guardo la Tv. E’ il programma più bello che mi ricordi. Non sono mai stato così euforico, devo calmarmi. Chissà che bei sogni che farò.
Anche in questo caso l’espressione più giusta è “Col cazzo”. Sono sveglio ormai da 3 ore nel letto. Mi giro e mi rigiro e l’euforia non mi ha ancora abbandonato. Penso, faccio progetti, voglio ripianare torti subiti, attuare vendette, aiutare amici e parenti. Sparire. Voglio essere un’entità invisibile che, da lontano, stende il suo braccio punitore e dispensa schiaffi e carezze a suon di milioni.
Suona la sveglia. Fuori splende un grigio sole,messo lì giusto per un gettone presenza. Non ho voglia di andare a lavorare. Quasi quasi sto a casa. Poi il pensiero ritorna al piano della sera prima: non devo far trapelare nulla. Andrò al lavoro. L’unico lusso che mi concederò sarà la colazione al bar dell’angolo. Prima di uscire devo risolvere l’ultimo problema: dove metto il biglietto vincente?
Non posso portarlo con me perché se mi succedesse qualcosa o se mi derubassero, andrebbe perso per sempre. Non lo voglio nascondere; se un ladro entra e lo trova nascosto, capisce che si tratta di qualcosa di importante, di un biglietto vincente. Cazzo, dove si nasconde un biglietto vincente?
Poi la risposta mi appare magicamente davanti agli occhi, come se fosse la cosa più semplice del mondo. Prendo il mio biglietto e lo mescolo a tutti gli altri tagliandi non vincenti che ho ammassato sulla scrivania. Un biglietto milionario in mezzo a biglietti perdenti, diventa un biglietto qualsiasi, privo di valore. Nessun ladro capirebbe che si tratta di un tagliando da quasi 100 milioni. Solo io lo so. Sono il prescelto.
La giornata di lavoro è una merda. Solita routine da ufficio, soliti sorrisi, solita agonia prima di timbrare. Voglio tornare a casa. Il mio bigliettino mi aspetta. Nel tragitto verso la metropolitana compro una rivista di viaggi. In copertina c’è la grande cattedrale nel deserto,Dubai. E’ deciso. Ci vado. Magari tra un mesetto, prima classe, suite, champagne. Tutte le puttanate che uno sogna ma che in fondo, quando hai 97 milioni, ti puoi concedere per il solo gusto di dire che puoi.
Guardo attentamente posti, facce, donne. Chissà cosa diranno quando mi presenterò lì. Sarò un imprenditore di fama oppure un ereditiero di una famiglia potente? Sinceramente non me ne frega un cazzo.
C’è uno strano odore nell’aria. Qualcuno starà fumando un sigaro, penso. Ottima idea. La prima cosa da fare è comprare una scatola di cubani, quelli buoni però. Mica roba di seconda scelta.
Attraverso la strada. All’improvviso una camionetta dei vigili del fuoco sterza e a tutta velocità sgomma verso l’incrocio. Sono in mezzo. Mi investirà.
Poi ho un sussulto. Non posso andarmene così, non con 100 milioni di euro che mi aspettano a casa. Mi lancio verso il marciapiede, il camion mi manca per una frazione di secondo. Sono vivo. Completamente sporco di fanghiglia, ma vivo. Ecco l’euforia che torna a farsi sentire.
Me ne frego. Ho deciso. Domani parto. Fanculo il lavoro.
Mi alzo, mi pulisco come meglio posso e giro l’angolo. Così come tutto inizia, tutto finisce.
Impietrito. La rivista cade a terra, tutto cade a terra. Io sono a terra.
Il palazzo è completamente sventrato: del terzo e del quarto piano, il mio, non rimane più nulla mentre i primi piani sono completamente invasi dalle fiamme. Sta per crollare tutto. Le urla dei pompieri mi risuonano nella calotta cranica. Mi avvicino. Vedo i miei vicini di casa, piangono. Li ignoro. Cerco di farmi più sotto ma, nel momento stesso in cui vengo bloccato, il palazzo si accartoccia e viene giù. Il boato è spaventoso. Ho il culo freddo e le mani sudate. Bestemmio ed è un riflesso incondizionato.
Per 30 minuti rimango lì, immobile, senza fiatare con i vestiti umidicci di fango e ormai puzzolenti di fumo. Ricomincia a piovere. Mi siedo e penso che da domani sarà tutto diverso ugualmente.
I primi tre numeri filano via lisci come l’olio. Li sento e li assimilo in tranquillità, così come si fa con il caffè dopo pranzo.
Quando estraggono il 45, comincia ad ascendere un folle pensiero nella mia testa. Mi sfiora. Lo lascio andare.
Il 59 mi esplode direttamente in faccia. Un colpo secco che mi sbriciola. Sono a pezzi, ma l’idea dell’aver fatto “cinque” mi tiene momentaneamente in piedi, mi ancora alla realtà, tiene la mia concentrazione in vita e puntata su quel minuscolo 22 pollici Mivar.
Sono un palazzo ridotto ad un cumulo di macerie, dei laterizi ammassati a caso, pezzi di stipiti, di serramenti, di mobili. Il 77 è il bulldozer che mi passa sopra e cancella tutto quello che, forse, si sarebbe potuto ricostruire. Niente sarà più come prima.
Il numero jolly non lo ascolto neanche. Con la testa sono altrove. Il mio primo impulso è quello di spaccare, rompere, distruggere. Poi aspetto e vado a controllare sul televideo che tutto non sia un clamoroso abbaglio o una gigantesca sciarada.
Fisso lo schermo nero con le scritte colorate. Esclamo “ Col cazzo!” e comincio a saltare per il monolocale.
Non ci voglio credere. Quel pezzettino di carta che tengo fra le mani vale 97 milioni di euro. Ho le mani sudate, ho paura di sgualcirlo, di rovinarlo. Lo appoggio sul tavolo.
Mi devo calmare. Ora il segreto è non fare cazzate, non farsi sgamare. Devo continuare a fare la vita di sempre, devo far calmare le acque, spostare l’attenzione di quelli che potrebbero avere qualche sospetto.
Guardo la Tv. E’ il programma più bello che mi ricordi. Non sono mai stato così euforico, devo calmarmi. Chissà che bei sogni che farò.
Anche in questo caso l’espressione più giusta è “Col cazzo”. Sono sveglio ormai da 3 ore nel letto. Mi giro e mi rigiro e l’euforia non mi ha ancora abbandonato. Penso, faccio progetti, voglio ripianare torti subiti, attuare vendette, aiutare amici e parenti. Sparire. Voglio essere un’entità invisibile che, da lontano, stende il suo braccio punitore e dispensa schiaffi e carezze a suon di milioni.
Suona la sveglia. Fuori splende un grigio sole,messo lì giusto per un gettone presenza. Non ho voglia di andare a lavorare. Quasi quasi sto a casa. Poi il pensiero ritorna al piano della sera prima: non devo far trapelare nulla. Andrò al lavoro. L’unico lusso che mi concederò sarà la colazione al bar dell’angolo. Prima di uscire devo risolvere l’ultimo problema: dove metto il biglietto vincente?
Non posso portarlo con me perché se mi succedesse qualcosa o se mi derubassero, andrebbe perso per sempre. Non lo voglio nascondere; se un ladro entra e lo trova nascosto, capisce che si tratta di qualcosa di importante, di un biglietto vincente. Cazzo, dove si nasconde un biglietto vincente?
Poi la risposta mi appare magicamente davanti agli occhi, come se fosse la cosa più semplice del mondo. Prendo il mio biglietto e lo mescolo a tutti gli altri tagliandi non vincenti che ho ammassato sulla scrivania. Un biglietto milionario in mezzo a biglietti perdenti, diventa un biglietto qualsiasi, privo di valore. Nessun ladro capirebbe che si tratta di un tagliando da quasi 100 milioni. Solo io lo so. Sono il prescelto.
La giornata di lavoro è una merda. Solita routine da ufficio, soliti sorrisi, solita agonia prima di timbrare. Voglio tornare a casa. Il mio bigliettino mi aspetta. Nel tragitto verso la metropolitana compro una rivista di viaggi. In copertina c’è la grande cattedrale nel deserto,Dubai. E’ deciso. Ci vado. Magari tra un mesetto, prima classe, suite, champagne. Tutte le puttanate che uno sogna ma che in fondo, quando hai 97 milioni, ti puoi concedere per il solo gusto di dire che puoi.
Guardo attentamente posti, facce, donne. Chissà cosa diranno quando mi presenterò lì. Sarò un imprenditore di fama oppure un ereditiero di una famiglia potente? Sinceramente non me ne frega un cazzo.
C’è uno strano odore nell’aria. Qualcuno starà fumando un sigaro, penso. Ottima idea. La prima cosa da fare è comprare una scatola di cubani, quelli buoni però. Mica roba di seconda scelta.
Attraverso la strada. All’improvviso una camionetta dei vigili del fuoco sterza e a tutta velocità sgomma verso l’incrocio. Sono in mezzo. Mi investirà.
Poi ho un sussulto. Non posso andarmene così, non con 100 milioni di euro che mi aspettano a casa. Mi lancio verso il marciapiede, il camion mi manca per una frazione di secondo. Sono vivo. Completamente sporco di fanghiglia, ma vivo. Ecco l’euforia che torna a farsi sentire.
Me ne frego. Ho deciso. Domani parto. Fanculo il lavoro.
Mi alzo, mi pulisco come meglio posso e giro l’angolo. Così come tutto inizia, tutto finisce.
Impietrito. La rivista cade a terra, tutto cade a terra. Io sono a terra.
Il palazzo è completamente sventrato: del terzo e del quarto piano, il mio, non rimane più nulla mentre i primi piani sono completamente invasi dalle fiamme. Sta per crollare tutto. Le urla dei pompieri mi risuonano nella calotta cranica. Mi avvicino. Vedo i miei vicini di casa, piangono. Li ignoro. Cerco di farmi più sotto ma, nel momento stesso in cui vengo bloccato, il palazzo si accartoccia e viene giù. Il boato è spaventoso. Ho il culo freddo e le mani sudate. Bestemmio ed è un riflesso incondizionato.
Per 30 minuti rimango lì, immobile, senza fiatare con i vestiti umidicci di fango e ormai puzzolenti di fumo. Ricomincia a piovere. Mi siedo e penso che da domani sarà tutto diverso ugualmente.
sabato 9 novembre 2013
Felicità
Se qualcuno vi dice di esser felice da tempo, non credetegli. Non si può essere felici per giorni o addirittura per mesi interi: la felicità è qualcosa di istantaneo, è un attimo, una sensazione fulminea. Una persona può essere serena, quello si. La serenità è uno stato che può essere costante, ma non la felicità. Essere sereni è per la vita, essere felici è per un istante.
Quando ti tocca la felicità, sparisce tutto quello che c’è intorno; il mondo, i suoi problemi, le persone. Tutto sparisce. Per un breve e impercettibile attimo capisci che non ti interessa nulla del resto del mondo, che vorresti congelare il tempo, che vorresti che fosse per sempre.
Ho avuto anche io il mio momento di felicità e dire che l’ho incontrato casualmente pare un eufemismo. Tutto comincia e finisce con una barca, con il mare e con una profumata notte d’estate.
Era una notte di inizio luglio, di quelle calde e appiccicose. La fatica degli ultimi esami aveva lasciato spazio alla voglia di riposo assoluto. La mia piccola imbarcazione a remi si dondolava con gentilezza sul mare leggermente increspato. La mezzaluna splendente faceva compagnia alle mille stelle incastonate nel nero assoluto del cielo. Nessuna altra luce, la costa in lontananza.
In quella sera, solo su una barca, una lampada, una birra, un cannone e un libro, ero sereno. Qualcuno sostiene che la felicità non è tale, se non condivisa. Io sono d’accordo ma quella sera, tutto sommato, non mi potevo lamentare.
Tornando verso riva con il peso del mix cannone-birra nella testa mi accorsi di non essere solo. Sulla spiaggia c’era una persona.
“Tu sei quello che alle superiori aveva tirato il gavettone al vice preside l’ultimo giorno di scuola giusto?” - non sono proprio le prime parole che uno si aspetta da una ragazza incontrata a tarda notte su una spiaggia.
“Si sono io. Ci conosciamo?” - la fiera della banalità.
Cominciò tutto così.
Anche stasera il cielo è stellato, ma la notte è fredda, gelida, senza anima. Sdraiato sull’asfalto posso solamente guardare la moltitudine celeste che mi sovrasta. Nonostante il dolore incessante, la mente rimane lucida e viaggia fino a quelle serate. Un rewind mentale alla ricerca della felicità, di quei momenti unici.
La stessa barca, lo stesso mare, un’estate diversa. La differenza è che non ero solo su quella bagnarola. C’era lei. Lei bastava. Nient’altro. Lei che mi guarda, mi abbraccia, mi bacia e mi sussurra quelle cose all’orecchio. In quell’istante il mondo sparisce. Quella è la felicità. Io l’ho provata così. Quel metro e sessantacinque di capelli castano scuri e quegli occhi grandi e profondissimi di un marrone vivo, rappresentavano il mio trampolino per la sensazione più bella.
Chiudo gli occhi. Ora il freddo è pungente. Continuo a rimanere sdraiato sulla strada, sento che qualcosa comincia ad abbandonarmi. Ma non ho paura. Continuo a pensare.
Penso a come lei è entrata nella mia vita e a come lei ne è uscita, con altrettanta facilità. Eh si, perché il mondo è bastardo, ti circonda e ti ghermisce con la sua superficialità. Ti innervosisce e poi lavora ai fianchi. Ti esaurisce, ti sfianca. Fino a che non vedi tutto nero e tutto quello che di bello ti circondava finisce per essere un corollario di cose negative. Anche la persona più importante finisce per essere un peso. Ma tu continui a fregartene perché è il mondo che te lo chiede. Continui a perdere i pezzi, ma non te ne accorgi perché il mondo e la vita hanno altre richieste per te, molto più importanti.
Una voce stridula e fioca dentro di te urla “Cosa stai facendo? Riprenditi! Non lasciarla andare”, ma è troppo debole, quasi impercettibile. E così accade. Tu perdi tutto, rimani solo coi tuoi problemi. Allora quel punto questa puttana di vita è felice, si scosta e ti piazza davanti agli occhi il sunto di tutti gli errori che hai fatto. Ma è troppo tardi.
E’ andata così. Lei l’ho persa in questo modo, con superficialità, poco alla volta.
Ma non l’ho mai dimenticata. E va a lei quello che potrebbe essere il mio ultimo pensiero, mentre il sonno comincia a far leva pesantemente sulle mie palpebre costrette dal casco mezzo rotto. La moto è lontana, per terra, a ridosso della cunetta. Il sangue è ovunque sulla strada. Non avrei mai pensato di andarmene così.
Eppure in questo scenario così desolato, il pensiero va a lei, alla sua risata, ai suoi capelli e al suo profumo. Lei è la mia felicità. E tutto sommato sono contento di averla provata un paio di volte, la vera sensazione di abbandono, un abbandono così dolce che provoca assuefazione.
Un’auto si ferma. Sento parole confuse. Domande.
Comincia tutto a sfocarsi mentre le mie braccia tremano. E’ davvero beffardo capire come funziona la giostra e non poter metter in atto quello che si è appreso: forse senza quel ghiaccio sulla strada e senza quell’impatto sul guardrail domani l’avrei potuta chiamare e avrei potuto piangere tra le sue braccia. E poi, chissà.
Invece niente. Ma la vita è bastarda, lo si sa. Ed ora, mentre si appresta a terminare di giocare con me, mi saluta e mi abbandona, un poco alla volta.
Quando ti tocca la felicità, sparisce tutto quello che c’è intorno; il mondo, i suoi problemi, le persone. Tutto sparisce. Per un breve e impercettibile attimo capisci che non ti interessa nulla del resto del mondo, che vorresti congelare il tempo, che vorresti che fosse per sempre.
Ho avuto anche io il mio momento di felicità e dire che l’ho incontrato casualmente pare un eufemismo. Tutto comincia e finisce con una barca, con il mare e con una profumata notte d’estate.
Era una notte di inizio luglio, di quelle calde e appiccicose. La fatica degli ultimi esami aveva lasciato spazio alla voglia di riposo assoluto. La mia piccola imbarcazione a remi si dondolava con gentilezza sul mare leggermente increspato. La mezzaluna splendente faceva compagnia alle mille stelle incastonate nel nero assoluto del cielo. Nessuna altra luce, la costa in lontananza.
In quella sera, solo su una barca, una lampada, una birra, un cannone e un libro, ero sereno. Qualcuno sostiene che la felicità non è tale, se non condivisa. Io sono d’accordo ma quella sera, tutto sommato, non mi potevo lamentare.
Tornando verso riva con il peso del mix cannone-birra nella testa mi accorsi di non essere solo. Sulla spiaggia c’era una persona.
“Tu sei quello che alle superiori aveva tirato il gavettone al vice preside l’ultimo giorno di scuola giusto?” - non sono proprio le prime parole che uno si aspetta da una ragazza incontrata a tarda notte su una spiaggia.
“Si sono io. Ci conosciamo?” - la fiera della banalità.
Cominciò tutto così.
Anche stasera il cielo è stellato, ma la notte è fredda, gelida, senza anima. Sdraiato sull’asfalto posso solamente guardare la moltitudine celeste che mi sovrasta. Nonostante il dolore incessante, la mente rimane lucida e viaggia fino a quelle serate. Un rewind mentale alla ricerca della felicità, di quei momenti unici.
La stessa barca, lo stesso mare, un’estate diversa. La differenza è che non ero solo su quella bagnarola. C’era lei. Lei bastava. Nient’altro. Lei che mi guarda, mi abbraccia, mi bacia e mi sussurra quelle cose all’orecchio. In quell’istante il mondo sparisce. Quella è la felicità. Io l’ho provata così. Quel metro e sessantacinque di capelli castano scuri e quegli occhi grandi e profondissimi di un marrone vivo, rappresentavano il mio trampolino per la sensazione più bella.
Chiudo gli occhi. Ora il freddo è pungente. Continuo a rimanere sdraiato sulla strada, sento che qualcosa comincia ad abbandonarmi. Ma non ho paura. Continuo a pensare.
Penso a come lei è entrata nella mia vita e a come lei ne è uscita, con altrettanta facilità. Eh si, perché il mondo è bastardo, ti circonda e ti ghermisce con la sua superficialità. Ti innervosisce e poi lavora ai fianchi. Ti esaurisce, ti sfianca. Fino a che non vedi tutto nero e tutto quello che di bello ti circondava finisce per essere un corollario di cose negative. Anche la persona più importante finisce per essere un peso. Ma tu continui a fregartene perché è il mondo che te lo chiede. Continui a perdere i pezzi, ma non te ne accorgi perché il mondo e la vita hanno altre richieste per te, molto più importanti.
Una voce stridula e fioca dentro di te urla “Cosa stai facendo? Riprenditi! Non lasciarla andare”, ma è troppo debole, quasi impercettibile. E così accade. Tu perdi tutto, rimani solo coi tuoi problemi. Allora quel punto questa puttana di vita è felice, si scosta e ti piazza davanti agli occhi il sunto di tutti gli errori che hai fatto. Ma è troppo tardi.
E’ andata così. Lei l’ho persa in questo modo, con superficialità, poco alla volta.
Ma non l’ho mai dimenticata. E va a lei quello che potrebbe essere il mio ultimo pensiero, mentre il sonno comincia a far leva pesantemente sulle mie palpebre costrette dal casco mezzo rotto. La moto è lontana, per terra, a ridosso della cunetta. Il sangue è ovunque sulla strada. Non avrei mai pensato di andarmene così.
Eppure in questo scenario così desolato, il pensiero va a lei, alla sua risata, ai suoi capelli e al suo profumo. Lei è la mia felicità. E tutto sommato sono contento di averla provata un paio di volte, la vera sensazione di abbandono, un abbandono così dolce che provoca assuefazione.
Un’auto si ferma. Sento parole confuse. Domande.
Comincia tutto a sfocarsi mentre le mie braccia tremano. E’ davvero beffardo capire come funziona la giostra e non poter metter in atto quello che si è appreso: forse senza quel ghiaccio sulla strada e senza quell’impatto sul guardrail domani l’avrei potuta chiamare e avrei potuto piangere tra le sue braccia. E poi, chissà.
Invece niente. Ma la vita è bastarda, lo si sa. Ed ora, mentre si appresta a terminare di giocare con me, mi saluta e mi abbandona, un poco alla volta.
lunedì 17 giugno 2013
Level Up!
Sensazioni, percezioni, stati d’animo. Al momento non mi importa di tutto ciò. L’unica cosa alla quale riesco a pensare è il freddo. Cazzo, fa un freddo fottuto.
Provo a sistemare alla meglio questi stramaledetti cartoni e questi giornali ormai pregni di umidità e di sporco. Non c’è un cazzo da fare: il cartone non da nemmeno lontanamente l’illusione di avere addosso una calda coperta di lana. Il cartone è fatto per imballare, non c’è storia.
Inutile. Mi devo alzare, devo muovermi o stavolta rischio davvero di tirare le cuoia.
Accanto a me, dormienti, ci sono altri tre o quattro clochard. Me ne vado senza salutarli, tanto non si scappa. Non si va da nessuna parte. Domani saranno ancora qui, sempre se passano la notte.
Cammino in direzione del parco. E’ illuminato a giorno. Vicino al marciapiede sta parcheggiando una Lancia Y. Ai tempi anche io guidavo una macchina così; era di mia moglie ma la usavo anche io per andare a prendere il giornale il sabato mattina. Sembra passato un secolo, ma a fare il barbone ti accorgi che 6 anni sono un secolo. Eh si. Duemilacentonovanta giorni circa a cercare di sopravvivere, a trovare del cibo, a chiedere l’elemosina, vivendo di espedienti.
Avevo una casa, un lavoro e una moglie. Ora non ho più niente, la crisi mi ha portato via tutto. Solo al mondo, senza un centesimo, non avevo alternative. Il destino è proprio un figlio di puttana: sei anni fa li guardavo con disprezzo questi barboni, questi cosiddetti “invisibili”. Ora sono in mezzo a loro, vivo con loro, mangio (poco) con loro. Sono uno di loro.
Avanzo senza una metà, attirato dalle luci dell’arena, un’imponente struttura romana in mezzo al parco. Mi sento una mosca. Vado verso le luci e cerco ogni forma di nutrimento possibile. Sono inferiore alla mosca: lei può volare via.
Alla fermata del 77 ci sono dei ragazzi che urlano, sono eccitati, parlano di concerto e di un’artista. Mai sentito. Deve essere roba americana o chissà cosa. Da sei anni a questa parte sono isolato dal mondo. Un tempo mi piacevano i Dire Straits, ora non so nemmeno che fine hanno fatto.
I ragazzi sbraitano, sputano per terra e si colpiscono amichevolmente. Un biondino con un piumino nero e una sciarpa nerazzurra beve da una bottiglia di Jack Daniel’s. Supero la pensilina osservando il gruppo: alcuni bevono delle birre in bottiglia e poi a turno ognuno si fa una golata di Jack. Si vede che fanno fatica a mandarlo giù, il caro zio Jack. Improvvisamente il biondino indica un gruppo di ragazze. Stanno camminando verso l’arena in direzione del concerto. Piovono commenti. La più alta, noncurante del freddo, ha una minigonna verde che le copre si e no la zona inguinale. Le scarpe col tacco alto completano l’opera.
In preda a crisi ormonali i ragazzi cominciano a bestemmiare e con passo deciso si dirigono verso le femmine. Il biondino, senza farsi vedere, appoggia la bottoglia di Jack sulla panca della pensilina e corre a raggiungere gli altri.
Bravi coglioni. Che bel regalo. Praticamente la bottiglia non fa in tempo a toccare la superficie della panchina, che già la tengo tra le mani. Il caro vecchio Jack. Non ne bevo un sorso da almeno dieci anni. Butto giù due sorsate secche, senza pensarci. Il calore comincia pian piano a pervadere le mie membra. E’ un sollievo vacuo.
Mi siedo sulla panchina. Penso a quella che una volta era la mia famiglia, a mia moglie e a quel figlio di una cagna che me l’ha portata via. Giù una golata. Penso a questa città di merda. E giù un’altra golata. Vedo le luminarie, il Natale e tutte ste stronzate. Auguri e via un'altra sorsata di Jack. Penso a me, a quanto possa essere inutile la vita di un uomo e all’indifferenza che una persona può suscitare. Se io crepo qui, l’unico ad accorgersene sarà lo spazzino che domani verrà a pulire la strada. La mia vita, i miei sentimenti, tutto quello legato alla mia esistenza sarebbe come se non fosse mai esistito. Io non ho mai vissuto. Sono uno zero assoluto. Penso a questo e mi bevo alla goccia tutto il whiskey rimanente della bottiglia. Poi la lancio in strada.
Non capitava da anni. Sono completamente ubriaco. Non mangio da giorni e il Jack deve aver pestato forte, più del dovuto.
Mi dirigo verso la folla, seguo la mandria impazzita. Spintono a caso qua e là. C’è troppa gente e neanche qui vengo cagato da nessuno. Anzi a dire il vero qualcuno si occupa di me c’è: è il buttafuori davanti alle transenne che con una spinta energica mi sbatte contro le transenne laterali, separandomi dal flusso di ragazzi in festa. Rido e mi rialzo ma vengo rispedito indietro dalla spinta di alcuni ragazzi.
Bestemmio e insulto persone a caso. Poi da qualche parte mi arriva una sberla. Arretro e mi ritiro nel parco. Sono confuso e sicuramente poco lucido, ma l’euforia che mi pervade è incontrollabile ed è in aumento. Corro. Faccio il giro dell’arena. Saltello e urlo insieme alle migliaia di ragazzi all’interno dell’arena. Poi inciampo in una radice. Alberi maledetti. Cazzo che male. Alzo lo sguardo e vedo un piccolo ingresso laterale. Non capisco più niente, non me ne frega un cazzo ma voglio entrare in quella merda di arena. Ormai lo devo fare. Avanzo barcollando. La mia vista si limita a una decina di metri. Il resto è tutto offuscato. La mia percezione è nulla. Entro.
Sono in un lungo corridoio illuminato da un paio di lampade fioche. Sento delle voci. Vado avanti attaccato al muro. Finisco in una specie di conca e cado di faccia. Sangue.
Passano delle persone in corridoio. Nessuno mi vede in questa conca schifosa.
Fregandomene di tutti mi rialzo e continuo ad avanzare nel corridoio che a un certo punto svolta a destra. Lo seguo.
Del sangue mi cola dal naso per la botta di prima ma mi pulisco con la manica del giaccone. Comincio a sentire la stanchezza invadermi le membra ma la crescente musica mi attira come il sangue attira il predatore. Cado di nuovo, stavolta attraverso una porta, rimasta aperta. E’ uno stanzino pieno di roba da vestire, grossi specchi e alcuni strumenti musicali. Ubriaco o meno, la mia conclusione mi porta a pensare di essere finito nel camerino di queste rock star da strapazzo. Sento altre voci. Puntano verso lo stanzino. Arretrando mi trovo in un minuscolo bagno. Mi acquatto in un angolino. La botta del Jack sta scendendo e comincio a sentirmi a disagio, stordito e disorientato. Poi la vedo. Sul lavandino. In una bustina della dimensione di un portamonete. Bianca come un foglio appena uscito dalla cartiera. Candida. Senza dubbio è coca.
La afferro subito, insieme al pezzetto di carta rigida, arrotolato a mo di tubicino, che vedo ai piedi del cesso. Sniffo una prima striscia. Non lo facevo da almeno 6 anni, da quel periodo buio che mi ha portato via tutto. Cazzo è roba buona. Si trattano bene i signorini. Altra riga. Sniffo con vigore. Sento la botta che risale come un geyser. L’ultimo tiro mi stronca. Sono immortale ora. Nessuno può farmi nulla. Butto tutto a terra, con disprezzo. Ora sono una divinità e gli altri la pagheranno cara. Con uno scatto bruciante mi lancio nello stretto corridoio che da accesso al palco. Quelli della sicurezza nemmeno mi vedono e all’imbocco della scaletta del palco, vengono travolti dalla mia figura veloce. Li vedo solo cadere a terra, sorpresi da dietro dall’incedere di un nuovo semidio.
Salgo sul palco, sull’altare che mi consacrerà. Ormai non comando più il mio corpo. Fa tutto lui.
Ora che ho la consapevolezza, so quello che devo fare. Il fine, lo scopo sono marchiate a fuoco nella mia mente. Poi accade tutto in una frazione di secondo.
L’impatto col cantante che cerca di placcarmi, le urla di quelli della sicurezza, lo stupore del pubblico, impietrito. E poi ancora la parapiglia, le botte e per finire la caduta. Abbracciato come una bambina ad un peluche, io e l’ossigenato cantante cadiamo dal palco, nello spazio vuoto prima delle transenne. Da lì è tutto scuro.
Quando ricomincio a mettere insieme due parole sono in una stanza piccola e quadrata. La luce filtra da una piccola finestrella chiusa. La puzza di sudore e un parlottare insistito mi destano dal torpore. Alzo lo sguardo. Vedo delle sbarre. Sono in una cella. Mi hanno sbattuto dentro.
Non mi ricordo molto. Solo la caduta col biondo che si dibatteva.
“Hai fatto un bel casino” sogghigna una voce proveniente dal letto a castello.
Chissà cosa è successo.
“Sei un coglione” prosegue la voce nell’angolo.
Mi ricordo della coca e del Jack.
“Farti sbattere dentro per una cosa così. Che testa di cazzo”.
Ora ricordo tutto. Il puzzle è di nuovo completo. Stranamente non mi sento in colpa. Mi guardo in giro. Sorrido e mi dirigo verso il letto morbido.
“Ma che cazzo ridi deficiente?” mi apostrofa il mio compagno di cella.
Non si può fingere. Il senso di colpa non si falsifica. Continuo a ridere mentre mi sdraio sul letto, coprendomi con una coperta trovata ai piedi del letto.
“Per un po’ non avrò più freddo” esclamo fissando l’uomo nella cella. Gli sorrido e mi giro di lato.
Un bel passo avanti per la mia vita.
Provo a sistemare alla meglio questi stramaledetti cartoni e questi giornali ormai pregni di umidità e di sporco. Non c’è un cazzo da fare: il cartone non da nemmeno lontanamente l’illusione di avere addosso una calda coperta di lana. Il cartone è fatto per imballare, non c’è storia.
Inutile. Mi devo alzare, devo muovermi o stavolta rischio davvero di tirare le cuoia.
Accanto a me, dormienti, ci sono altri tre o quattro clochard. Me ne vado senza salutarli, tanto non si scappa. Non si va da nessuna parte. Domani saranno ancora qui, sempre se passano la notte.
Cammino in direzione del parco. E’ illuminato a giorno. Vicino al marciapiede sta parcheggiando una Lancia Y. Ai tempi anche io guidavo una macchina così; era di mia moglie ma la usavo anche io per andare a prendere il giornale il sabato mattina. Sembra passato un secolo, ma a fare il barbone ti accorgi che 6 anni sono un secolo. Eh si. Duemilacentonovanta giorni circa a cercare di sopravvivere, a trovare del cibo, a chiedere l’elemosina, vivendo di espedienti.
Avevo una casa, un lavoro e una moglie. Ora non ho più niente, la crisi mi ha portato via tutto. Solo al mondo, senza un centesimo, non avevo alternative. Il destino è proprio un figlio di puttana: sei anni fa li guardavo con disprezzo questi barboni, questi cosiddetti “invisibili”. Ora sono in mezzo a loro, vivo con loro, mangio (poco) con loro. Sono uno di loro.
Avanzo senza una metà, attirato dalle luci dell’arena, un’imponente struttura romana in mezzo al parco. Mi sento una mosca. Vado verso le luci e cerco ogni forma di nutrimento possibile. Sono inferiore alla mosca: lei può volare via.
Alla fermata del 77 ci sono dei ragazzi che urlano, sono eccitati, parlano di concerto e di un’artista. Mai sentito. Deve essere roba americana o chissà cosa. Da sei anni a questa parte sono isolato dal mondo. Un tempo mi piacevano i Dire Straits, ora non so nemmeno che fine hanno fatto.
I ragazzi sbraitano, sputano per terra e si colpiscono amichevolmente. Un biondino con un piumino nero e una sciarpa nerazzurra beve da una bottiglia di Jack Daniel’s. Supero la pensilina osservando il gruppo: alcuni bevono delle birre in bottiglia e poi a turno ognuno si fa una golata di Jack. Si vede che fanno fatica a mandarlo giù, il caro zio Jack. Improvvisamente il biondino indica un gruppo di ragazze. Stanno camminando verso l’arena in direzione del concerto. Piovono commenti. La più alta, noncurante del freddo, ha una minigonna verde che le copre si e no la zona inguinale. Le scarpe col tacco alto completano l’opera.
In preda a crisi ormonali i ragazzi cominciano a bestemmiare e con passo deciso si dirigono verso le femmine. Il biondino, senza farsi vedere, appoggia la bottoglia di Jack sulla panca della pensilina e corre a raggiungere gli altri.
Bravi coglioni. Che bel regalo. Praticamente la bottiglia non fa in tempo a toccare la superficie della panchina, che già la tengo tra le mani. Il caro vecchio Jack. Non ne bevo un sorso da almeno dieci anni. Butto giù due sorsate secche, senza pensarci. Il calore comincia pian piano a pervadere le mie membra. E’ un sollievo vacuo.
Mi siedo sulla panchina. Penso a quella che una volta era la mia famiglia, a mia moglie e a quel figlio di una cagna che me l’ha portata via. Giù una golata. Penso a questa città di merda. E giù un’altra golata. Vedo le luminarie, il Natale e tutte ste stronzate. Auguri e via un'altra sorsata di Jack. Penso a me, a quanto possa essere inutile la vita di un uomo e all’indifferenza che una persona può suscitare. Se io crepo qui, l’unico ad accorgersene sarà lo spazzino che domani verrà a pulire la strada. La mia vita, i miei sentimenti, tutto quello legato alla mia esistenza sarebbe come se non fosse mai esistito. Io non ho mai vissuto. Sono uno zero assoluto. Penso a questo e mi bevo alla goccia tutto il whiskey rimanente della bottiglia. Poi la lancio in strada.
Non capitava da anni. Sono completamente ubriaco. Non mangio da giorni e il Jack deve aver pestato forte, più del dovuto.
Mi dirigo verso la folla, seguo la mandria impazzita. Spintono a caso qua e là. C’è troppa gente e neanche qui vengo cagato da nessuno. Anzi a dire il vero qualcuno si occupa di me c’è: è il buttafuori davanti alle transenne che con una spinta energica mi sbatte contro le transenne laterali, separandomi dal flusso di ragazzi in festa. Rido e mi rialzo ma vengo rispedito indietro dalla spinta di alcuni ragazzi.
Bestemmio e insulto persone a caso. Poi da qualche parte mi arriva una sberla. Arretro e mi ritiro nel parco. Sono confuso e sicuramente poco lucido, ma l’euforia che mi pervade è incontrollabile ed è in aumento. Corro. Faccio il giro dell’arena. Saltello e urlo insieme alle migliaia di ragazzi all’interno dell’arena. Poi inciampo in una radice. Alberi maledetti. Cazzo che male. Alzo lo sguardo e vedo un piccolo ingresso laterale. Non capisco più niente, non me ne frega un cazzo ma voglio entrare in quella merda di arena. Ormai lo devo fare. Avanzo barcollando. La mia vista si limita a una decina di metri. Il resto è tutto offuscato. La mia percezione è nulla. Entro.
Sono in un lungo corridoio illuminato da un paio di lampade fioche. Sento delle voci. Vado avanti attaccato al muro. Finisco in una specie di conca e cado di faccia. Sangue.
Passano delle persone in corridoio. Nessuno mi vede in questa conca schifosa.
Fregandomene di tutti mi rialzo e continuo ad avanzare nel corridoio che a un certo punto svolta a destra. Lo seguo.
Del sangue mi cola dal naso per la botta di prima ma mi pulisco con la manica del giaccone. Comincio a sentire la stanchezza invadermi le membra ma la crescente musica mi attira come il sangue attira il predatore. Cado di nuovo, stavolta attraverso una porta, rimasta aperta. E’ uno stanzino pieno di roba da vestire, grossi specchi e alcuni strumenti musicali. Ubriaco o meno, la mia conclusione mi porta a pensare di essere finito nel camerino di queste rock star da strapazzo. Sento altre voci. Puntano verso lo stanzino. Arretrando mi trovo in un minuscolo bagno. Mi acquatto in un angolino. La botta del Jack sta scendendo e comincio a sentirmi a disagio, stordito e disorientato. Poi la vedo. Sul lavandino. In una bustina della dimensione di un portamonete. Bianca come un foglio appena uscito dalla cartiera. Candida. Senza dubbio è coca.
La afferro subito, insieme al pezzetto di carta rigida, arrotolato a mo di tubicino, che vedo ai piedi del cesso. Sniffo una prima striscia. Non lo facevo da almeno 6 anni, da quel periodo buio che mi ha portato via tutto. Cazzo è roba buona. Si trattano bene i signorini. Altra riga. Sniffo con vigore. Sento la botta che risale come un geyser. L’ultimo tiro mi stronca. Sono immortale ora. Nessuno può farmi nulla. Butto tutto a terra, con disprezzo. Ora sono una divinità e gli altri la pagheranno cara. Con uno scatto bruciante mi lancio nello stretto corridoio che da accesso al palco. Quelli della sicurezza nemmeno mi vedono e all’imbocco della scaletta del palco, vengono travolti dalla mia figura veloce. Li vedo solo cadere a terra, sorpresi da dietro dall’incedere di un nuovo semidio.
Salgo sul palco, sull’altare che mi consacrerà. Ormai non comando più il mio corpo. Fa tutto lui.
Ora che ho la consapevolezza, so quello che devo fare. Il fine, lo scopo sono marchiate a fuoco nella mia mente. Poi accade tutto in una frazione di secondo.
L’impatto col cantante che cerca di placcarmi, le urla di quelli della sicurezza, lo stupore del pubblico, impietrito. E poi ancora la parapiglia, le botte e per finire la caduta. Abbracciato come una bambina ad un peluche, io e l’ossigenato cantante cadiamo dal palco, nello spazio vuoto prima delle transenne. Da lì è tutto scuro.
Quando ricomincio a mettere insieme due parole sono in una stanza piccola e quadrata. La luce filtra da una piccola finestrella chiusa. La puzza di sudore e un parlottare insistito mi destano dal torpore. Alzo lo sguardo. Vedo delle sbarre. Sono in una cella. Mi hanno sbattuto dentro.
Non mi ricordo molto. Solo la caduta col biondo che si dibatteva.
“Hai fatto un bel casino” sogghigna una voce proveniente dal letto a castello.
Chissà cosa è successo.
“Sei un coglione” prosegue la voce nell’angolo.
Mi ricordo della coca e del Jack.
“Farti sbattere dentro per una cosa così. Che testa di cazzo”.
Ora ricordo tutto. Il puzzle è di nuovo completo. Stranamente non mi sento in colpa. Mi guardo in giro. Sorrido e mi dirigo verso il letto morbido.
“Ma che cazzo ridi deficiente?” mi apostrofa il mio compagno di cella.
Non si può fingere. Il senso di colpa non si falsifica. Continuo a ridere mentre mi sdraio sul letto, coprendomi con una coperta trovata ai piedi del letto.
“Per un po’ non avrò più freddo” esclamo fissando l’uomo nella cella. Gli sorrido e mi giro di lato.
Un bel passo avanti per la mia vita.
mercoledì 3 aprile 2013
Il ciclo di una lacrima
Apre gli occhi. No cazzo, vuole dormire ancora e si gira dall'altra parte. Un rumore, poi il suono di cento clacson. Nell'appartamento accanto uno stereo spara musica pessima a tutto volume, coprendo le grida di un litigio. Niente da fare. Si alza.
La città giù di sotto ha già cominciato a vivere. Si è ridestata dal torpore notturno per tornare ad essere un formicaio impazzito, dove i suoi abitanti se ne fregano di tutto e tutti, guardando sempre in basso e tirando dritti.
Fa colazione. Guarda la Tv mentre finisce di riordinare le idee. Si lava il viso. Le lacrime della sera prima hanno lasciato dei piccoli segni, puntini bianchi sulla pelle. Via basta. Una sciaquata con acqua tiepida e quei segni sono svaniti. Smettere di pensarci. E' così difficile?
Prende giacca e zaino. Chiude la casa. Scende per strada, nel formicaio, diventa formica pazza.
L'autobus è stracolmo come al solito. Razze, colori, storie diverse si intrecciano in un mischuglio di odori, sensazioni organiche che colpiscono come uno schiaffo in pieno volto. Accende la musica. Si isola.Le porte si aprono. Scende.
L'aula è gremita. Gente che urla, che indica, che bisbiglia. Una zona tranquilla. Una sedia libera in una fila completamente vuota.
Volano pezzi di carta. Euforia alle stelle. Ora che è calmo, ci ripensa. Quel pensiero torna a martellare, come lo scalpello di un falegname. Incide e scava, sempre più a fondo. Un nervo scoperto, lì alla mercè delle intemperie. Poi silenzio.
Qualcuno sta entrando. Zitti. Comicia a parlare. E' vecchio e i suoi vestiti sono gli stessi di ieri.
La voce soporifera enuncia numeri, formule, mentre la sua mano tremula disegna grafici, rette che si intersecano, diagrammi senza un perchè.
Spegne la musica.Scrive. Il pensiero si è allontanto di nuovo. Due ore passano lentamente, i minuti sono tutti lì in fila come centoventi soldatini. Si susseguono, uno dopo l'altro. Ecco l'ultimo. Si, finalmente. E' finita. Esce.
Un panino cotto alla bellemeglio che non vale i soldi spesi. Una Coca e via.Mentre mangia ecco che ritorna. Stavolta parte da qualcosa di nuovo, intraprende nuove strade, si avventura in zone oscure, in coni d'ombra sconosciuti ma al termine del viaggio va sempre a finire lì. E ricomincia a scavare, trova il fondo e comincia a trivellare. Sempre più giù.
Studia. L'aula è silenziosa. Tra i libri aperti, gli appunti disordinati e la calligrafia da terza elementare non può che rispuntare. Ha pranzato con lui, ora lo segue anche nello studio. Non se ne va il bastardo.
Qualche ora ma è dura. Poi stop. Torna a casa.
Di nuovo sull'autobus, di nuovo con la musica sparata nelle orecchie. Parte una ballata. No cazzo. Il collegamento è più che ovvio ed eccolo che torna a dare fastidio anche sull'autobus. Pensiero incessante. Dubito abbia l'abbonamento ma nessun controllore se ne accorgerà.
E' davanti alla porta. Sale le scale. Fuori il sole saluta e torna da dove è venuto.
Disordine. Chissenefrega.
Una doccia. L'acqua calda massaggia le spalle e lava via l'acido e il veleno della città. I suoi odori e i suoi vizi colano nelo scarico.
La radio è sempre accesa. Una canzone triste aleggia nell'aria. No cazzo, non la si può cambiare. La ascolta. Chiude gli occhi e la rivede.
Di un colore così raro quei capelli e quella bocca. Vattene. Occhi color nocciola con taglio da principessa Maya. Basta ti prego.
Torna alla realtà. Perchè soffrire così?
L'ultimo shampoo va via veloce. Ha fretta di uscire e di spegnere quella maledetta radio. Si asciuga. Si veste.
La porta è chiusa ma non servirà a niente perchè entrerà lo stesso. Più si avvicina lo notte più è lì, in attesa come un lupo che attende la sua preda.
Mangia.Guarda la Tv. Una partita. Finalmente un'altra distrazione. Poi un film sta finendo. L'epilogo è ovviamente un lieto fine. Speranze per un mondo diverso che non esite.Si alza dal divano. E' stanco.
Si lava i denti. Sia avvia verso il letto come un condannato al patibolo. Lui lo sa. Li tra quelle coperte c'è già qualcuno che l'aspetta. A breve inizierà una lotta selvaggia, un combattimento. Le forze non si equivalgono. Ha la meglio.
Ricomincia a scavare, a trivellare, a spostare mucchi di ricordi, di sensazioni, di emozioni. Ci siamo quasi. Eccolo. Il cuore. Il vero obiettivo.
Ora è davvero finita. Tutto torna alla mente, pensieri, reminescenze talmente nitide da sembrare reali, dettagli e profumi. Torna indietro al tempo in cui lei non era solo un ricordo assillante. Errori pesanti. Se sbagli paghi, oh si se paghi. Troppo però. Errori minimi, particolari, incastri non riusciti e qualcuno che torna a portarti un conto talmente salato da toglierti il sonno. Niente più sogni.
Non poteva andare diversamente. Anche questa sera ha perso. Lui pensa. Un pensiero positivo finalmente. Qualcuno che ti può battere c'è maledetto ricordo. Più si va avanti, più ti fai debole. Il tempo ti sta tagliando le gambe e prima o poi col suo aiuto ti sconfiggerà.
Nel frattempo sgorgano come ruscelli e bagnano le guancie. Lacrime salate, dense, il risultato di una giornata di combattimento. Lacrime dunque. Quelle lacrime che domani una sciacquata di acqua tiepida porterà via.
La città giù di sotto ha già cominciato a vivere. Si è ridestata dal torpore notturno per tornare ad essere un formicaio impazzito, dove i suoi abitanti se ne fregano di tutto e tutti, guardando sempre in basso e tirando dritti.
Fa colazione. Guarda la Tv mentre finisce di riordinare le idee. Si lava il viso. Le lacrime della sera prima hanno lasciato dei piccoli segni, puntini bianchi sulla pelle. Via basta. Una sciaquata con acqua tiepida e quei segni sono svaniti. Smettere di pensarci. E' così difficile?
Prende giacca e zaino. Chiude la casa. Scende per strada, nel formicaio, diventa formica pazza.
L'autobus è stracolmo come al solito. Razze, colori, storie diverse si intrecciano in un mischuglio di odori, sensazioni organiche che colpiscono come uno schiaffo in pieno volto. Accende la musica. Si isola.Le porte si aprono. Scende.
L'aula è gremita. Gente che urla, che indica, che bisbiglia. Una zona tranquilla. Una sedia libera in una fila completamente vuota.
Volano pezzi di carta. Euforia alle stelle. Ora che è calmo, ci ripensa. Quel pensiero torna a martellare, come lo scalpello di un falegname. Incide e scava, sempre più a fondo. Un nervo scoperto, lì alla mercè delle intemperie. Poi silenzio.
Qualcuno sta entrando. Zitti. Comicia a parlare. E' vecchio e i suoi vestiti sono gli stessi di ieri.
La voce soporifera enuncia numeri, formule, mentre la sua mano tremula disegna grafici, rette che si intersecano, diagrammi senza un perchè.
Spegne la musica.Scrive. Il pensiero si è allontanto di nuovo. Due ore passano lentamente, i minuti sono tutti lì in fila come centoventi soldatini. Si susseguono, uno dopo l'altro. Ecco l'ultimo. Si, finalmente. E' finita. Esce.
Un panino cotto alla bellemeglio che non vale i soldi spesi. Una Coca e via.Mentre mangia ecco che ritorna. Stavolta parte da qualcosa di nuovo, intraprende nuove strade, si avventura in zone oscure, in coni d'ombra sconosciuti ma al termine del viaggio va sempre a finire lì. E ricomincia a scavare, trova il fondo e comincia a trivellare. Sempre più giù.
Studia. L'aula è silenziosa. Tra i libri aperti, gli appunti disordinati e la calligrafia da terza elementare non può che rispuntare. Ha pranzato con lui, ora lo segue anche nello studio. Non se ne va il bastardo.
Qualche ora ma è dura. Poi stop. Torna a casa.
Di nuovo sull'autobus, di nuovo con la musica sparata nelle orecchie. Parte una ballata. No cazzo. Il collegamento è più che ovvio ed eccolo che torna a dare fastidio anche sull'autobus. Pensiero incessante. Dubito abbia l'abbonamento ma nessun controllore se ne accorgerà.
E' davanti alla porta. Sale le scale. Fuori il sole saluta e torna da dove è venuto.
Disordine. Chissenefrega.
Una doccia. L'acqua calda massaggia le spalle e lava via l'acido e il veleno della città. I suoi odori e i suoi vizi colano nelo scarico.
La radio è sempre accesa. Una canzone triste aleggia nell'aria. No cazzo, non la si può cambiare. La ascolta. Chiude gli occhi e la rivede.
Di un colore così raro quei capelli e quella bocca. Vattene. Occhi color nocciola con taglio da principessa Maya. Basta ti prego.
Torna alla realtà. Perchè soffrire così?
L'ultimo shampoo va via veloce. Ha fretta di uscire e di spegnere quella maledetta radio. Si asciuga. Si veste.
La porta è chiusa ma non servirà a niente perchè entrerà lo stesso. Più si avvicina lo notte più è lì, in attesa come un lupo che attende la sua preda.
Mangia.Guarda la Tv. Una partita. Finalmente un'altra distrazione. Poi un film sta finendo. L'epilogo è ovviamente un lieto fine. Speranze per un mondo diverso che non esite.Si alza dal divano. E' stanco.
Si lava i denti. Sia avvia verso il letto come un condannato al patibolo. Lui lo sa. Li tra quelle coperte c'è già qualcuno che l'aspetta. A breve inizierà una lotta selvaggia, un combattimento. Le forze non si equivalgono. Ha la meglio.
Ricomincia a scavare, a trivellare, a spostare mucchi di ricordi, di sensazioni, di emozioni. Ci siamo quasi. Eccolo. Il cuore. Il vero obiettivo.
Ora è davvero finita. Tutto torna alla mente, pensieri, reminescenze talmente nitide da sembrare reali, dettagli e profumi. Torna indietro al tempo in cui lei non era solo un ricordo assillante. Errori pesanti. Se sbagli paghi, oh si se paghi. Troppo però. Errori minimi, particolari, incastri non riusciti e qualcuno che torna a portarti un conto talmente salato da toglierti il sonno. Niente più sogni.
Non poteva andare diversamente. Anche questa sera ha perso. Lui pensa. Un pensiero positivo finalmente. Qualcuno che ti può battere c'è maledetto ricordo. Più si va avanti, più ti fai debole. Il tempo ti sta tagliando le gambe e prima o poi col suo aiuto ti sconfiggerà.
Nel frattempo sgorgano come ruscelli e bagnano le guancie. Lacrime salate, dense, il risultato di una giornata di combattimento. Lacrime dunque. Quelle lacrime che domani una sciacquata di acqua tiepida porterà via.
sabato 15 dicembre 2012
Le regole del quaderno viola
Erik in fondo era un ragazzo normale. Studiava, usciva con gli amici, giocava a calcio. Il ragazzo nella media.
Eppure il vecchio Erik aveva tutta una sua serie di abitudini che proprio normali non si potevano definire, ma che lui rispettava con devozione quasi fossero dei rituali scaramantici: quando accompagnava qualcuno in macchina, il nostro E entrava per ultimo nell’abitacolo e allo stesso modo, usciva dopo che tutti i passeggeri erano scesi.
Erik raccoglieva tutte le monete da 1 centesimo in una scatola di latta. Ogni anno si recava nel bosco, in un posto appartato solitamente sotto un grande albero, e la sotterrava.
Erik dormiva senza cuscino, metteva lo zucchero nella tazza vuota prima di versare il caffè, conservava sempre una delle due scarpe quando ne dismetteva un paio; inoltre teneva un quadernetto viola sul quale scriveva ogni tanto.
In quel blocco, Erik annotava avvenimenti, incontri, serate, comportamenti che lo coinvolgevano. Il tutto veniva riassunto dal nostro vecchio E con una regola scritta in maiuscolo e sottolineata. In pratica, se lui imparava qualcosa da una determinata situazione, la scriveva sul suo quaderno, la faceva diventare una regola e la rispettava, come se fosse una questione di vita o di morte. Cazzo se la rispettava.
Mi ricordo che una volta tornò a casa molto scosso dopo un diverbio con una sua cara amica a causa di una qualche implicazione amorosa del loro rapporto. Giunto in camera, Erik si premurò di annotare sul suo blocco che da quel giorno non avrebbe mai più avuto una amica e confidente donna. Detto fatto. Anche a costo di isolarsi, il vecchio Erik cominciò meticolosamente ad allontanare da lui tutte quelle che considerava amiche.
Rispettava le sue regole minuziosamente e non c’era verso di smuoverlo dalla sua decisione. Più avanti, mi disse che le regole che si imponeva erano frutto di grandi periodi di ragionamento e meditazione. Non erano impulsivi o mossi dalla rabbia. Erano ragionati ma, una volta trasformati in regola, inflessibili.
Erik era fatto così. Ultimamente il campo di applicazione delle sue regole si stava spostando più sul suo stile di vita rispetto alle donne, che fino a quel momento avevano dominato il quaderno viola.
Mi spiegò che si era rotto il cazzo di ragazzette in cerca solamente di un po’ di attenzione o di smorfiosette provinciali capaci solo di cagare sentenze su facebook o twitter. Si era stancato di donne in lacrime che lo cercavano solo perché il fidanzato di turno, il classico bulletto di merda, le aveva appena suonate come tamburi lasciando sul loro corpo lividi o occhi neri. Si era stancato di essere la ruota di scorta.
Ogni tanto mi capitava di chiedergli il perché di questo cambiamento. Dopo tutto le ragazze erano sempre state la sua passione.
“Perché ho cominciato a pensare più in grande” mi disse accendendosi la sua Winston Blu e dandomi una pacca amichevole sulla spalla. Al momento non compresi cosa intendesse dire. Ma sorrideva sereno.
Più si andava avanti più le sue auto-imposizioni diventavano rigide e al limite del masochismo. Smise di giocare a calcio e addirittura di uscire con noi.
Lo rividi dopo molto tempo al mio compleanno quando, prima di uscire di casa, passò a salutarmi. Mi portò un regalo ed un biglietto. Parlammo solamente 5 minuti perché come al solito, ero in ritardo.
Mi regalò un quaderno rosso, sul quale aveva annotato qualche suo pensiero nelle prime 3 pagine. Sul biglietto invece c’era scritto: “Sei veramente un bravo ragazzo e ti voglio bene. Ma attenzione che in questo mondo i buoni perdono.. sempre”.
L’ultima volta che lo incontrai, mi aspettava in macchina a qualche centinaia di metri da casa mia. Fumammo insieme una sigaretta, mi fece ascoltare un pezzo dei Punkreas che ci piaceva un sacco. Poi tirò fuori il suo quaderno viola e me lo porse.
“Sono più di 3 mesi che non scrivo più regole. Sai che significa? Significa che qui non ho più nulla da imparare e quando arrivi a questo punto, l’unica cosa da fare è andarsene.”
Mi lasciò il quaderno.
Mi disse che avrebbe guidato verso nord, fino a trovare un posto adatto a lui. Disse che l’avrebbe capito. Gli lasciai 50€ per le spese e dovetti insistere quasi un’ora per farglieli accettare. Poi partì, col sorriso sulle labbra, sapendo con certezza quello che lasciava ma col cuore colmo di gioia per l’ignoto che l’attendeva.
Le sue regole da allora mi aiutano ad affrontare quello che veramente è un mondo del cazzo. Mi hanno insegnato a dare il giusto valore alle cose e alle persone. Mi hanno insegnato che non bisogna aver paura di cambiare.
Non vidi mai più Erik.
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