venerdì 31 gennaio 2014

Torna alla partenza

17 – 22 – 23
I primi tre numeri filano via lisci come l’olio. Li sento e li assimilo in tranquillità, così come si fa con il caffè dopo pranzo.
Quando estraggono il 45, comincia ad ascendere un folle pensiero nella mia testa. Mi sfiora. Lo lascio andare.
Il 59 mi esplode direttamente in faccia. Un colpo secco che mi sbriciola. Sono a pezzi, ma l’idea dell’aver fatto “cinque” mi tiene momentaneamente in piedi, mi ancora alla realtà, tiene la mia concentrazione in vita e puntata su quel minuscolo 22 pollici Mivar.
Sono un palazzo ridotto ad un cumulo di macerie, dei laterizi ammassati a caso, pezzi di stipiti, di serramenti, di mobili. Il 77 è il bulldozer che mi passa sopra e cancella tutto quello che, forse, si sarebbe potuto ricostruire. Niente sarà più come prima.
Il numero jolly non lo ascolto neanche. Con la testa sono altrove. Il mio primo impulso è quello di spaccare, rompere, distruggere. Poi aspetto e vado a controllare sul televideo che tutto non sia un clamoroso abbaglio o una gigantesca sciarada.
Fisso lo schermo nero con le scritte colorate. Esclamo “ Col cazzo!” e comincio a saltare per il monolocale.
Non ci voglio credere. Quel pezzettino di carta che tengo fra le mani vale 97 milioni di euro. Ho le mani sudate, ho paura di sgualcirlo, di rovinarlo. Lo appoggio sul tavolo.
Mi devo calmare. Ora il segreto è non fare cazzate, non farsi sgamare. Devo continuare a fare la vita di sempre, devo far calmare le acque, spostare l’attenzione di quelli che potrebbero avere qualche sospetto.
Guardo la Tv. E’ il programma più bello che mi ricordi. Non sono mai stato così euforico, devo calmarmi. Chissà che bei sogni che farò.
Anche in questo caso l’espressione più giusta è “Col cazzo”. Sono sveglio ormai da 3 ore nel letto. Mi giro e mi rigiro e l’euforia non mi ha ancora abbandonato. Penso, faccio progetti, voglio ripianare torti subiti, attuare vendette, aiutare amici e parenti. Sparire. Voglio essere un’entità invisibile che, da lontano, stende il suo braccio punitore e dispensa schiaffi e carezze a suon di milioni.
Suona la sveglia. Fuori splende un grigio sole,messo lì giusto per un gettone presenza. Non ho voglia di andare a lavorare. Quasi quasi sto a casa. Poi il pensiero ritorna al piano della sera prima: non devo far trapelare nulla. Andrò al lavoro. L’unico lusso che mi concederò sarà la colazione al bar dell’angolo. Prima di uscire devo risolvere l’ultimo problema: dove metto il biglietto vincente?
Non posso portarlo con me perché se mi succedesse qualcosa o se mi derubassero, andrebbe perso per sempre. Non lo voglio nascondere; se un ladro entra e lo trova nascosto, capisce che si tratta di qualcosa di importante, di un biglietto vincente. Cazzo, dove si nasconde un biglietto vincente?
Poi la risposta mi appare magicamente davanti agli occhi, come se fosse la cosa più semplice del mondo. Prendo il mio biglietto e lo mescolo a tutti gli altri tagliandi non vincenti che ho ammassato sulla scrivania. Un biglietto milionario in mezzo a biglietti perdenti, diventa un biglietto qualsiasi, privo di valore. Nessun ladro capirebbe che si tratta di un tagliando da quasi 100 milioni. Solo io lo so. Sono il prescelto.
La giornata di lavoro è una merda. Solita routine da ufficio, soliti sorrisi, solita agonia prima di timbrare. Voglio tornare a casa. Il mio bigliettino mi aspetta. Nel tragitto verso la metropolitana compro una rivista di viaggi. In copertina c’è la grande cattedrale nel deserto,Dubai. E’ deciso. Ci vado. Magari tra un mesetto, prima classe, suite, champagne. Tutte le puttanate che uno sogna ma che in fondo, quando hai 97 milioni, ti puoi concedere per il solo gusto di dire che puoi.
Guardo attentamente posti, facce, donne. Chissà cosa diranno quando mi presenterò lì. Sarò un imprenditore di fama oppure un ereditiero di una famiglia potente? Sinceramente non me ne frega un cazzo.
C’è uno strano odore nell’aria. Qualcuno starà fumando un sigaro, penso. Ottima idea. La prima cosa da fare è comprare una scatola di cubani, quelli buoni però. Mica roba di seconda scelta.
Attraverso la strada. All’improvviso una camionetta dei vigili del fuoco sterza e a tutta velocità sgomma verso l’incrocio. Sono in mezzo. Mi investirà.
Poi ho un sussulto. Non posso andarmene così, non con 100 milioni di euro che mi aspettano a casa. Mi lancio verso il marciapiede, il camion mi manca per una frazione di secondo. Sono vivo. Completamente sporco di fanghiglia, ma vivo. Ecco l’euforia che torna a farsi sentire.
Me ne frego. Ho deciso. Domani parto. Fanculo il lavoro.
Mi alzo, mi pulisco come meglio posso e giro l’angolo. Così come tutto inizia, tutto finisce.
Impietrito. La rivista cade a terra, tutto cade a terra. Io sono a terra.
Il palazzo è completamente sventrato: del terzo e del quarto piano, il mio, non rimane più nulla mentre i primi piani sono completamente invasi dalle fiamme. Sta per crollare tutto. Le urla dei pompieri mi risuonano nella calotta cranica. Mi avvicino. Vedo i miei vicini di casa, piangono. Li ignoro. Cerco di farmi più sotto ma, nel momento stesso in cui vengo bloccato, il palazzo si accartoccia e viene giù. Il boato è spaventoso. Ho il culo freddo e le mani sudate. Bestemmio ed è un riflesso incondizionato.
Per 30 minuti rimango lì, immobile, senza fiatare con i vestiti umidicci di fango e ormai puzzolenti di fumo. Ricomincia a piovere. Mi siedo e penso che da domani sarà tutto diverso ugualmente.