martedì 30 settembre 2014
UNO
“Le persone con un carattere sincero lo mostrano quando nessun altro è presente”.
La frase del biscotto della fortuna cinese era l’unica cosa che si ricordava di quel sogno sfuocato e strampalato che coinvolgeva persone che non c’entravano un cazzo tra loro.
Aprì gli occhi pensando agli eventuali significati della frase, quasi fosse un messaggio mandato da chissà chi.
Si era dimenticato della festa, ma bastò appoggiare un piede a terra per ritornare alla realtà.
La casa faceva cagare. Patatine, nachos, salatini sbriciolati in ogni angolo della casa, gocce di salsa barbecue sul tappeto, ketchup sul bracciolo del divano e una scia maionese che conduceva alla cucina. Il muro era affrescato con schizzi di Barbera e di Sauvignon Blanc mentre vicino allo spigolo della TV poteva essere saltata in aria una bottiglia di Campari. Il muro all’altezza del battiscopa in corridoio era fradicio. Qualcuno doveva aver esploso un paio di Menabrea in zona.
Ma la cosa peggiore erano le bottiglie. In ogni cazzo di angolo c’erano bottiglie di birra, di Campari, di bianco, rosso, vodka, i mignon di scotch.
Pure al cesso. Era l’angolo della Becks. Bottiglie sulla lavatrice, un paio nella vasca, appoggiate tra il cesso e il bidet, una incastrata nel portasapone della doccia tra il balsamo e il bagnoschiuma.
Frank “Cinismo” Tonetti si rifiutò si entrare in cucina per verificare i danni. Si limitò a bestemmiare e si lasciò ricadere a peso morto sul divano.
Bestemmiò nuovamente sentendo un milione di patatine sbriciolarsi sotto la sua mole.
Prese il telefono per controllare che i suoi amici fossero vivi. Il minimo sindacale dopo una festa del genere.
Prima di tutto Fabio Social che la sera prima, per difendere la sua reputazione, incenerì i maroni degli invitati a colpi di selfie, tag e richieste di amicizia.
Fabio era malato di social networks: avete presente quelle persone che non mangiano se prima non fanno una foto al piatto o che, ovunque vadano, sentono il bisogno di fare foto di gruppo. Al parco, a casa loro o di amici, in metro, allo stadio, in ogni cazzo di ristorante rigorosamente prima della foto della pietanza, il più delle volte con espressioni ebeti o da tenebrosi o la peggiore di tutti, con la lingua fuori.
I malati che mettono ogni 30 secondi link, citazioni, canzoni. Fanno test, ti invitano a giocare, tweettano non avendo la minima idea di come si faccia, scrivono status inutili, invettive contro il nulla, populismo e demagogia in sharing.
Questo era Fabio e purtroppo un cinico come Frank doveva riconoscere di avere fin troppi social addicted nella sua cerchia di amicizie, quelle reali.
Il problema è che “Social” non stava bene. Mostrava agli altri una vita patinata, dove tutto era figo e divertente. In realtà era depresso ed annoiato. D’altronde Frank lo diceva sempre: se ogni giorno hai bisogno di scrivere in bacheca che “stai bene” senza che nessuno te lo chieda, beh cazzo, allora mi sa che non stai bene per niente.
Il telefono squillò un paio di volte e, con la consueta celerità, Fabio rispose.
Si accordarono grugnendo pochi monosillabi ciascuno.
Era il turno di Michelino “Friendzone” Terenghi.
Il soprannome appioppatogli dal gruppo la diceva lunga.
Michele era sempre coinvolto in qualche tresca dove il poverino finiva sistematicamente per prendersi bene dell’amica di turno. Mesi di preparativi, di carinerie, di “io ci sarò per te” che finivano per ritorcersi contro il malcapitato. Friendzonato, sempre e comunque.
E quando non c’erano le amiche, c’erano la Jessica, la Veronica, la Fabiana, l‘Alessia di turno a tenerlo occupato.
Michelino era un ingegnere del fallimento sentimentale.
“Sono tutte ste strategie di merda che ti fregano” lo istruiva il cinico Frank.
Anche la sera prima, durante la festa, Michelino aveva speso oltre due ore su whatsapp per chiarire con tale Federica. Ormai si era perso il conto delle trame ordite dal nostro eroe.
Frank chiuse la seconda telefonata con un sonoro “ripigliati”.
L’idea di uscire in effetti non lo entusiasmava, ma pensare di stare a casa a pulire quel bordello lo paralizzava. E poi la dottrina di vita di Frank suggeriva che “procrastinare è cosa buona e giusta”. Questo pensiero lo tranquillizzava non poco. In più doveva parlare agli altri del progetto che gli era balenato per la testa la sera prima, tra un Pampero e un Vodka Red Bull.
Lavato e vestito si avviò verso la porta.
Quando la aprì trovò un capannello di vicini sul pianerottolo, accompagnati dal portiere.
Lo fissarono e, ancora prima che cominciassero le filippiche ed i sermoni su quanto siano screanzati i giovani d’oggi, Frank vide cosa era successo.
Qualche geniaccio aveva vomitato sullo zerbino del vicino e , non contento, aveva sparso birra e pop corn in quantità industrale sulle scale.
Alzò lo sguardo al cielo, si abbassò gli occhiali da sole portandoseli sul naso e, mentre era già cominciato l’uragano di prediche degli indignati vicini, ricominciò il suo personalissimo rosario di bestemmie.
mercoledì 2 aprile 2014
Scende?
Odio questa città di merda.
Qui la gente corre, si dimena, schiva e si ammassa in queste strade puzzolenti. C’è da fare lo slalom tra le cicche, gli sputi e gli stronzi pestati e trascinati sul marciapiede. C’è puzza di merda ovunque perché la merda è ovunque: i cani cagano dappertutto e il fetore si alza e si unisce a quello delle macchine in coda. Già la coda. Qui si fa la coda dappertutto: la coda sui mezzi, la coda per mangiare, la coda per pagare. Cazzo, viviamo in tre in casa e bisogna fare la coda perfino per andare al cesso. Le macchine sono perennemente in coda, lo stress scorre nelle arterie, la stanchezza ti annebbia la mente e ti irretisce il cervello, facendo sembrare una sonora strombazzata sul clacson, la panacea di tutti i mali. Odio le macchine. Odio la metropolitana. Odio i tram.
Sono qui seduto su questo lurido seggiolino imbrattato da qualche writer depresso, col puzzo di sudore misto a umidità e a quello sporco di chi, per volontà o meno, non si lava da giorni o settimane. Odio questo puzzo. La vecchietta accanto a me puzza di zuppa, quelle zuppe dove ci metti il pane o i crostini. Mi passa accanto quello che dovrebbe essere un manager, stanco, stufo e pure incazzato. Ma nemmeno con lui il puzzo demorde, cattura tutti e va a mischiarsi con quel che rimane dell’aroma di dopobarba dopo la lunga giornata, ultimo baluardo del profumo in una terra infestata dal fetore. Odio questa gente.
Gialli, bianchi, neri… Qui il razzismo non c’entra un cazzo. Li odio tutti e stop. Odio vedere il grande circo generazionale del 2010 propinarci ogni genere di esemplare: il punkettone coi piercing, la vecchia di prima, quella della zuppa, un cinese con una misteriosa borsa piena di merci, il barbone coi sacchetti dell’Esselunga e due cartoni sottobraccio. Fermata. Fuori uno e dentro l’altro. Una suora sale. E’ anziana e si muove alla moviola. Un tipo si alza e la lascia sedere. Bravo samaritano. La suora ora è seduta di fianco ad un transessuale dai lunghi capelli biondi. Cazzo che accoppiamento. Mi scappa da ridere. Mi faccio un film sulle loro storie di vita: la suora avrà avuto la vocazione ad un certo punto della sua vita, ma secondo me si può dire lo stesso anche per il transessuale. E’ sempre una sorta di vocazione, un richiamo.
Sferragliando, la lurida carcassa arancione avanza sempre più verso il centro di questo formicaio merdoso. Il trans scende. Mi alzo, mi preparo, voglio scendere. Comincio a preparare mentalmente il momento nel quale dovrò scattare per strada, dribblando alla Garrincha il fiume umano che già, dopo un’occhiata fuori dal finestrino, vedo attendermi sui marciapiedi.
E penso. Mi perdo in pensieri lontani, luoghi e persone. Colori. Azzurro. Tanto azzurro ovunque e il verde e... ed è proprio lì che succede. In un lampo, come un flash forward improvviso al video registratore. Mi ritrovo catapultato avanti di cinque secondi, senza averli vissuti. Sono per terra, steso.
Comincia tutto a ricomporsi davanti a me. Il sistema che si è interrotto bruscamente si sta riavviando ed ha quasi finito il caricamento. Ora comprendo.
Il tram è rovesciato. La gente urla. E‘ ferita. L’unica cosa che mi viene da dire è “Cazzo”.
Mi alzo. Che schifo sono finito su quei cartoni di merda che aveva il barbone. Spero che gli facciano da letto e basta e che il mio amico clochard non sia incontinente. Tiro un calcio agli schifosissimi sacchetti di plastica. Sto bene per fortuna. Anzi no. Perdo del sangue ma devo capire dove. Una sirena.
Mi guardo in giro. So che c’è una sola cosa importante da fare al momento. La gente può aspettare, i rantolii soffocati non mi distrarranno dal mio vero target. E‘ uno di quei momenti dove ti giochi tutto, dove rischi davvero che qualcuno faccia saltare il banco, il tuo banco, con te seduto sopra. Chissenefrega della vecchietta che puzza di zuppa, finita nell’incavo formato dai tre gradini per scendere e la porta d’entrata. Si muove. Per me è abbastanza.
Lontano s’intravede qualcosa. Il punkettone è in piedi. Sta bestemmiando perché ha un braccio rotto. Nel caos qualcuno smuove qualcosa da terra. Percepisco tutto. E‘ il mio momento. Ora che l’ho vista devo solo prenderla, farla mia, riacciuffarla dopo il suo tentativo di fuga.
Ci sono. Scosto la gamba malridotta della suora che sta piagnucolando, con la mano destra tento di dare una pulitina superficiale e poi finalmente torno a mettermela sulla spalla. La mia borsa. Il mio magico contenitore segreto.
Ora non mi resta che scendere. Non ne voglio sapere più nulla. “I soccorsi arriveranno a minuti”, urla qualcuno ma non ho minuti da buttare. Ne ho già persi troppi. Ma la mia borsa ora è qui con me. Ho tutto quello che mi serve. Ho una busta. La mia busta è la mia chiave magica per andarmene da questo posto di merda, da questo brutto livello dove ormai il mio alter-ego virtuale si è bloccato da anni. Il mio passepartout per il Verde e per l’Azzurro.
Dentro la busta ci sono 15000 nuove possibilità per una vita migliore altrove. Solo per iniziare. Giusto per fuggire. Qualcuno li chiamerebbe Euro. Io preferisco chiamarli possibilità. 15000 modi per avere una rivincita su quest’ammasso informe di materia biologica.
Trovo un varco. Scendo. Mi corrono incontro due controllori vestiti di tutto punto. Comincio a ridere. Mi immagino loro avvicinarsi e chiedermi di esibire l’abbonamento. Rido poi mi volto.
Sembra che il tram numero 52 abbia voluto accoppiarsi con il 54. La parte anteriore del 52 è completamente penetrata nel telaio metallico del 54. Ora la cabina di guida del conducente del 52 si trova a metà del 54, in una sorta di perversa matrioska tranviaria. I passeggeri del 52 sono stati shakerati malamente qua e là all’interno del tram mentre quelli del 54… beh.. alcuni se la passano proprio male.
Insieme al sottoscritto è riuscita a scendere una ragazza. E’ carina, bionda con gli occhi castani. Zoppica e singhiozza. Mi guarda. Anche qui l’unica cosa che mi viene da dire è “Cazzo”.
Mi incammino. Poi il gelo. Mi accorgo. Gli occhi si smorzano, il respiro si cristallizza. Guardo in basso.
La borsa è completamernte lacerata sul fondo. E’ irrimediabilmente vuota. Per la seconda volta nell’arco di pochi minuti il sistema si riavvia. Torno a comprendere. E’ tutto sul tram, è tutto perso.
Non piango, non impreco, non sbuffo. Cammino. Voglio lasciarmi tutto alle spalle. Era la mia occasione, ora è andata.
La gente si ammassa per vedere. Sadici bastardi. Odio la calca. Io continuo a camminare. Il sangue gronda dalla mia fronte e il bianco della camicia ora è solo un ricordo. Penso a quello che è successo. Sono ormai distante dall’incidente. Tutti si fermano attoniti a guardarmi.
Una donna mi corre incontro. Insiste, mi tocca, vuole sapere come sto.
E’ strano, ma l’unica cosa che mi viene in mente è “Che giornata di merda”.
Qui la gente corre, si dimena, schiva e si ammassa in queste strade puzzolenti. C’è da fare lo slalom tra le cicche, gli sputi e gli stronzi pestati e trascinati sul marciapiede. C’è puzza di merda ovunque perché la merda è ovunque: i cani cagano dappertutto e il fetore si alza e si unisce a quello delle macchine in coda. Già la coda. Qui si fa la coda dappertutto: la coda sui mezzi, la coda per mangiare, la coda per pagare. Cazzo, viviamo in tre in casa e bisogna fare la coda perfino per andare al cesso. Le macchine sono perennemente in coda, lo stress scorre nelle arterie, la stanchezza ti annebbia la mente e ti irretisce il cervello, facendo sembrare una sonora strombazzata sul clacson, la panacea di tutti i mali. Odio le macchine. Odio la metropolitana. Odio i tram.
Sono qui seduto su questo lurido seggiolino imbrattato da qualche writer depresso, col puzzo di sudore misto a umidità e a quello sporco di chi, per volontà o meno, non si lava da giorni o settimane. Odio questo puzzo. La vecchietta accanto a me puzza di zuppa, quelle zuppe dove ci metti il pane o i crostini. Mi passa accanto quello che dovrebbe essere un manager, stanco, stufo e pure incazzato. Ma nemmeno con lui il puzzo demorde, cattura tutti e va a mischiarsi con quel che rimane dell’aroma di dopobarba dopo la lunga giornata, ultimo baluardo del profumo in una terra infestata dal fetore. Odio questa gente.
Gialli, bianchi, neri… Qui il razzismo non c’entra un cazzo. Li odio tutti e stop. Odio vedere il grande circo generazionale del 2010 propinarci ogni genere di esemplare: il punkettone coi piercing, la vecchia di prima, quella della zuppa, un cinese con una misteriosa borsa piena di merci, il barbone coi sacchetti dell’Esselunga e due cartoni sottobraccio. Fermata. Fuori uno e dentro l’altro. Una suora sale. E’ anziana e si muove alla moviola. Un tipo si alza e la lascia sedere. Bravo samaritano. La suora ora è seduta di fianco ad un transessuale dai lunghi capelli biondi. Cazzo che accoppiamento. Mi scappa da ridere. Mi faccio un film sulle loro storie di vita: la suora avrà avuto la vocazione ad un certo punto della sua vita, ma secondo me si può dire lo stesso anche per il transessuale. E’ sempre una sorta di vocazione, un richiamo.
Sferragliando, la lurida carcassa arancione avanza sempre più verso il centro di questo formicaio merdoso. Il trans scende. Mi alzo, mi preparo, voglio scendere. Comincio a preparare mentalmente il momento nel quale dovrò scattare per strada, dribblando alla Garrincha il fiume umano che già, dopo un’occhiata fuori dal finestrino, vedo attendermi sui marciapiedi.
E penso. Mi perdo in pensieri lontani, luoghi e persone. Colori. Azzurro. Tanto azzurro ovunque e il verde e... ed è proprio lì che succede. In un lampo, come un flash forward improvviso al video registratore. Mi ritrovo catapultato avanti di cinque secondi, senza averli vissuti. Sono per terra, steso.
Comincia tutto a ricomporsi davanti a me. Il sistema che si è interrotto bruscamente si sta riavviando ed ha quasi finito il caricamento. Ora comprendo.
Il tram è rovesciato. La gente urla. E‘ ferita. L’unica cosa che mi viene da dire è “Cazzo”.
Mi alzo. Che schifo sono finito su quei cartoni di merda che aveva il barbone. Spero che gli facciano da letto e basta e che il mio amico clochard non sia incontinente. Tiro un calcio agli schifosissimi sacchetti di plastica. Sto bene per fortuna. Anzi no. Perdo del sangue ma devo capire dove. Una sirena.
Mi guardo in giro. So che c’è una sola cosa importante da fare al momento. La gente può aspettare, i rantolii soffocati non mi distrarranno dal mio vero target. E‘ uno di quei momenti dove ti giochi tutto, dove rischi davvero che qualcuno faccia saltare il banco, il tuo banco, con te seduto sopra. Chissenefrega della vecchietta che puzza di zuppa, finita nell’incavo formato dai tre gradini per scendere e la porta d’entrata. Si muove. Per me è abbastanza.
Lontano s’intravede qualcosa. Il punkettone è in piedi. Sta bestemmiando perché ha un braccio rotto. Nel caos qualcuno smuove qualcosa da terra. Percepisco tutto. E‘ il mio momento. Ora che l’ho vista devo solo prenderla, farla mia, riacciuffarla dopo il suo tentativo di fuga.
Ci sono. Scosto la gamba malridotta della suora che sta piagnucolando, con la mano destra tento di dare una pulitina superficiale e poi finalmente torno a mettermela sulla spalla. La mia borsa. Il mio magico contenitore segreto.
Ora non mi resta che scendere. Non ne voglio sapere più nulla. “I soccorsi arriveranno a minuti”, urla qualcuno ma non ho minuti da buttare. Ne ho già persi troppi. Ma la mia borsa ora è qui con me. Ho tutto quello che mi serve. Ho una busta. La mia busta è la mia chiave magica per andarmene da questo posto di merda, da questo brutto livello dove ormai il mio alter-ego virtuale si è bloccato da anni. Il mio passepartout per il Verde e per l’Azzurro.
Dentro la busta ci sono 15000 nuove possibilità per una vita migliore altrove. Solo per iniziare. Giusto per fuggire. Qualcuno li chiamerebbe Euro. Io preferisco chiamarli possibilità. 15000 modi per avere una rivincita su quest’ammasso informe di materia biologica.
Trovo un varco. Scendo. Mi corrono incontro due controllori vestiti di tutto punto. Comincio a ridere. Mi immagino loro avvicinarsi e chiedermi di esibire l’abbonamento. Rido poi mi volto.
Sembra che il tram numero 52 abbia voluto accoppiarsi con il 54. La parte anteriore del 52 è completamente penetrata nel telaio metallico del 54. Ora la cabina di guida del conducente del 52 si trova a metà del 54, in una sorta di perversa matrioska tranviaria. I passeggeri del 52 sono stati shakerati malamente qua e là all’interno del tram mentre quelli del 54… beh.. alcuni se la passano proprio male.
Insieme al sottoscritto è riuscita a scendere una ragazza. E’ carina, bionda con gli occhi castani. Zoppica e singhiozza. Mi guarda. Anche qui l’unica cosa che mi viene da dire è “Cazzo”.
Mi incammino. Poi il gelo. Mi accorgo. Gli occhi si smorzano, il respiro si cristallizza. Guardo in basso.
La borsa è completamernte lacerata sul fondo. E’ irrimediabilmente vuota. Per la seconda volta nell’arco di pochi minuti il sistema si riavvia. Torno a comprendere. E’ tutto sul tram, è tutto perso.
Non piango, non impreco, non sbuffo. Cammino. Voglio lasciarmi tutto alle spalle. Era la mia occasione, ora è andata.
La gente si ammassa per vedere. Sadici bastardi. Odio la calca. Io continuo a camminare. Il sangue gronda dalla mia fronte e il bianco della camicia ora è solo un ricordo. Penso a quello che è successo. Sono ormai distante dall’incidente. Tutti si fermano attoniti a guardarmi.
Una donna mi corre incontro. Insiste, mi tocca, vuole sapere come sto.
E’ strano, ma l’unica cosa che mi viene in mente è “Che giornata di merda”.
venerdì 31 gennaio 2014
Torna alla partenza
17 – 22 – 23
I primi tre numeri filano via lisci come l’olio. Li sento e li assimilo in tranquillità, così come si fa con il caffè dopo pranzo.
Quando estraggono il 45, comincia ad ascendere un folle pensiero nella mia testa. Mi sfiora. Lo lascio andare.
Il 59 mi esplode direttamente in faccia. Un colpo secco che mi sbriciola. Sono a pezzi, ma l’idea dell’aver fatto “cinque” mi tiene momentaneamente in piedi, mi ancora alla realtà, tiene la mia concentrazione in vita e puntata su quel minuscolo 22 pollici Mivar.
Sono un palazzo ridotto ad un cumulo di macerie, dei laterizi ammassati a caso, pezzi di stipiti, di serramenti, di mobili. Il 77 è il bulldozer che mi passa sopra e cancella tutto quello che, forse, si sarebbe potuto ricostruire. Niente sarà più come prima.
Il numero jolly non lo ascolto neanche. Con la testa sono altrove. Il mio primo impulso è quello di spaccare, rompere, distruggere. Poi aspetto e vado a controllare sul televideo che tutto non sia un clamoroso abbaglio o una gigantesca sciarada.
Fisso lo schermo nero con le scritte colorate. Esclamo “ Col cazzo!” e comincio a saltare per il monolocale.
Non ci voglio credere. Quel pezzettino di carta che tengo fra le mani vale 97 milioni di euro. Ho le mani sudate, ho paura di sgualcirlo, di rovinarlo. Lo appoggio sul tavolo.
Mi devo calmare. Ora il segreto è non fare cazzate, non farsi sgamare. Devo continuare a fare la vita di sempre, devo far calmare le acque, spostare l’attenzione di quelli che potrebbero avere qualche sospetto.
Guardo la Tv. E’ il programma più bello che mi ricordi. Non sono mai stato così euforico, devo calmarmi. Chissà che bei sogni che farò.
Anche in questo caso l’espressione più giusta è “Col cazzo”. Sono sveglio ormai da 3 ore nel letto. Mi giro e mi rigiro e l’euforia non mi ha ancora abbandonato. Penso, faccio progetti, voglio ripianare torti subiti, attuare vendette, aiutare amici e parenti. Sparire. Voglio essere un’entità invisibile che, da lontano, stende il suo braccio punitore e dispensa schiaffi e carezze a suon di milioni.
Suona la sveglia. Fuori splende un grigio sole,messo lì giusto per un gettone presenza. Non ho voglia di andare a lavorare. Quasi quasi sto a casa. Poi il pensiero ritorna al piano della sera prima: non devo far trapelare nulla. Andrò al lavoro. L’unico lusso che mi concederò sarà la colazione al bar dell’angolo. Prima di uscire devo risolvere l’ultimo problema: dove metto il biglietto vincente?
Non posso portarlo con me perché se mi succedesse qualcosa o se mi derubassero, andrebbe perso per sempre. Non lo voglio nascondere; se un ladro entra e lo trova nascosto, capisce che si tratta di qualcosa di importante, di un biglietto vincente. Cazzo, dove si nasconde un biglietto vincente?
Poi la risposta mi appare magicamente davanti agli occhi, come se fosse la cosa più semplice del mondo. Prendo il mio biglietto e lo mescolo a tutti gli altri tagliandi non vincenti che ho ammassato sulla scrivania. Un biglietto milionario in mezzo a biglietti perdenti, diventa un biglietto qualsiasi, privo di valore. Nessun ladro capirebbe che si tratta di un tagliando da quasi 100 milioni. Solo io lo so. Sono il prescelto.
La giornata di lavoro è una merda. Solita routine da ufficio, soliti sorrisi, solita agonia prima di timbrare. Voglio tornare a casa. Il mio bigliettino mi aspetta. Nel tragitto verso la metropolitana compro una rivista di viaggi. In copertina c’è la grande cattedrale nel deserto,Dubai. E’ deciso. Ci vado. Magari tra un mesetto, prima classe, suite, champagne. Tutte le puttanate che uno sogna ma che in fondo, quando hai 97 milioni, ti puoi concedere per il solo gusto di dire che puoi.
Guardo attentamente posti, facce, donne. Chissà cosa diranno quando mi presenterò lì. Sarò un imprenditore di fama oppure un ereditiero di una famiglia potente? Sinceramente non me ne frega un cazzo.
C’è uno strano odore nell’aria. Qualcuno starà fumando un sigaro, penso. Ottima idea. La prima cosa da fare è comprare una scatola di cubani, quelli buoni però. Mica roba di seconda scelta.
Attraverso la strada. All’improvviso una camionetta dei vigili del fuoco sterza e a tutta velocità sgomma verso l’incrocio. Sono in mezzo. Mi investirà.
Poi ho un sussulto. Non posso andarmene così, non con 100 milioni di euro che mi aspettano a casa. Mi lancio verso il marciapiede, il camion mi manca per una frazione di secondo. Sono vivo. Completamente sporco di fanghiglia, ma vivo. Ecco l’euforia che torna a farsi sentire.
Me ne frego. Ho deciso. Domani parto. Fanculo il lavoro.
Mi alzo, mi pulisco come meglio posso e giro l’angolo. Così come tutto inizia, tutto finisce.
Impietrito. La rivista cade a terra, tutto cade a terra. Io sono a terra.
Il palazzo è completamente sventrato: del terzo e del quarto piano, il mio, non rimane più nulla mentre i primi piani sono completamente invasi dalle fiamme. Sta per crollare tutto. Le urla dei pompieri mi risuonano nella calotta cranica. Mi avvicino. Vedo i miei vicini di casa, piangono. Li ignoro. Cerco di farmi più sotto ma, nel momento stesso in cui vengo bloccato, il palazzo si accartoccia e viene giù. Il boato è spaventoso. Ho il culo freddo e le mani sudate. Bestemmio ed è un riflesso incondizionato.
Per 30 minuti rimango lì, immobile, senza fiatare con i vestiti umidicci di fango e ormai puzzolenti di fumo. Ricomincia a piovere. Mi siedo e penso che da domani sarà tutto diverso ugualmente.
I primi tre numeri filano via lisci come l’olio. Li sento e li assimilo in tranquillità, così come si fa con il caffè dopo pranzo.
Quando estraggono il 45, comincia ad ascendere un folle pensiero nella mia testa. Mi sfiora. Lo lascio andare.
Il 59 mi esplode direttamente in faccia. Un colpo secco che mi sbriciola. Sono a pezzi, ma l’idea dell’aver fatto “cinque” mi tiene momentaneamente in piedi, mi ancora alla realtà, tiene la mia concentrazione in vita e puntata su quel minuscolo 22 pollici Mivar.
Sono un palazzo ridotto ad un cumulo di macerie, dei laterizi ammassati a caso, pezzi di stipiti, di serramenti, di mobili. Il 77 è il bulldozer che mi passa sopra e cancella tutto quello che, forse, si sarebbe potuto ricostruire. Niente sarà più come prima.
Il numero jolly non lo ascolto neanche. Con la testa sono altrove. Il mio primo impulso è quello di spaccare, rompere, distruggere. Poi aspetto e vado a controllare sul televideo che tutto non sia un clamoroso abbaglio o una gigantesca sciarada.
Fisso lo schermo nero con le scritte colorate. Esclamo “ Col cazzo!” e comincio a saltare per il monolocale.
Non ci voglio credere. Quel pezzettino di carta che tengo fra le mani vale 97 milioni di euro. Ho le mani sudate, ho paura di sgualcirlo, di rovinarlo. Lo appoggio sul tavolo.
Mi devo calmare. Ora il segreto è non fare cazzate, non farsi sgamare. Devo continuare a fare la vita di sempre, devo far calmare le acque, spostare l’attenzione di quelli che potrebbero avere qualche sospetto.
Guardo la Tv. E’ il programma più bello che mi ricordi. Non sono mai stato così euforico, devo calmarmi. Chissà che bei sogni che farò.
Anche in questo caso l’espressione più giusta è “Col cazzo”. Sono sveglio ormai da 3 ore nel letto. Mi giro e mi rigiro e l’euforia non mi ha ancora abbandonato. Penso, faccio progetti, voglio ripianare torti subiti, attuare vendette, aiutare amici e parenti. Sparire. Voglio essere un’entità invisibile che, da lontano, stende il suo braccio punitore e dispensa schiaffi e carezze a suon di milioni.
Suona la sveglia. Fuori splende un grigio sole,messo lì giusto per un gettone presenza. Non ho voglia di andare a lavorare. Quasi quasi sto a casa. Poi il pensiero ritorna al piano della sera prima: non devo far trapelare nulla. Andrò al lavoro. L’unico lusso che mi concederò sarà la colazione al bar dell’angolo. Prima di uscire devo risolvere l’ultimo problema: dove metto il biglietto vincente?
Non posso portarlo con me perché se mi succedesse qualcosa o se mi derubassero, andrebbe perso per sempre. Non lo voglio nascondere; se un ladro entra e lo trova nascosto, capisce che si tratta di qualcosa di importante, di un biglietto vincente. Cazzo, dove si nasconde un biglietto vincente?
Poi la risposta mi appare magicamente davanti agli occhi, come se fosse la cosa più semplice del mondo. Prendo il mio biglietto e lo mescolo a tutti gli altri tagliandi non vincenti che ho ammassato sulla scrivania. Un biglietto milionario in mezzo a biglietti perdenti, diventa un biglietto qualsiasi, privo di valore. Nessun ladro capirebbe che si tratta di un tagliando da quasi 100 milioni. Solo io lo so. Sono il prescelto.
La giornata di lavoro è una merda. Solita routine da ufficio, soliti sorrisi, solita agonia prima di timbrare. Voglio tornare a casa. Il mio bigliettino mi aspetta. Nel tragitto verso la metropolitana compro una rivista di viaggi. In copertina c’è la grande cattedrale nel deserto,Dubai. E’ deciso. Ci vado. Magari tra un mesetto, prima classe, suite, champagne. Tutte le puttanate che uno sogna ma che in fondo, quando hai 97 milioni, ti puoi concedere per il solo gusto di dire che puoi.
Guardo attentamente posti, facce, donne. Chissà cosa diranno quando mi presenterò lì. Sarò un imprenditore di fama oppure un ereditiero di una famiglia potente? Sinceramente non me ne frega un cazzo.
C’è uno strano odore nell’aria. Qualcuno starà fumando un sigaro, penso. Ottima idea. La prima cosa da fare è comprare una scatola di cubani, quelli buoni però. Mica roba di seconda scelta.
Attraverso la strada. All’improvviso una camionetta dei vigili del fuoco sterza e a tutta velocità sgomma verso l’incrocio. Sono in mezzo. Mi investirà.
Poi ho un sussulto. Non posso andarmene così, non con 100 milioni di euro che mi aspettano a casa. Mi lancio verso il marciapiede, il camion mi manca per una frazione di secondo. Sono vivo. Completamente sporco di fanghiglia, ma vivo. Ecco l’euforia che torna a farsi sentire.
Me ne frego. Ho deciso. Domani parto. Fanculo il lavoro.
Mi alzo, mi pulisco come meglio posso e giro l’angolo. Così come tutto inizia, tutto finisce.
Impietrito. La rivista cade a terra, tutto cade a terra. Io sono a terra.
Il palazzo è completamente sventrato: del terzo e del quarto piano, il mio, non rimane più nulla mentre i primi piani sono completamente invasi dalle fiamme. Sta per crollare tutto. Le urla dei pompieri mi risuonano nella calotta cranica. Mi avvicino. Vedo i miei vicini di casa, piangono. Li ignoro. Cerco di farmi più sotto ma, nel momento stesso in cui vengo bloccato, il palazzo si accartoccia e viene giù. Il boato è spaventoso. Ho il culo freddo e le mani sudate. Bestemmio ed è un riflesso incondizionato.
Per 30 minuti rimango lì, immobile, senza fiatare con i vestiti umidicci di fango e ormai puzzolenti di fumo. Ricomincia a piovere. Mi siedo e penso che da domani sarà tutto diverso ugualmente.
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