Odio questa città di merda.
Qui la gente corre, si dimena, schiva e si ammassa in queste strade puzzolenti. C’è da fare lo slalom tra le cicche, gli sputi e gli stronzi pestati e trascinati sul marciapiede. C’è puzza di merda ovunque perché la merda è ovunque: i cani cagano dappertutto e il fetore si alza e si unisce a quello delle macchine in coda. Già la coda. Qui si fa la coda dappertutto: la coda sui mezzi, la coda per mangiare, la coda per pagare. Cazzo, viviamo in tre in casa e bisogna fare la coda perfino per andare al cesso. Le macchine sono perennemente in coda, lo stress scorre nelle arterie, la stanchezza ti annebbia la mente e ti irretisce il cervello, facendo sembrare una sonora strombazzata sul clacson, la panacea di tutti i mali. Odio le macchine. Odio la metropolitana. Odio i tram.
Sono qui seduto su questo lurido seggiolino imbrattato da qualche writer depresso, col puzzo di sudore misto a umidità e a quello sporco di chi, per volontà o meno, non si lava da giorni o settimane. Odio questo puzzo. La vecchietta accanto a me puzza di zuppa, quelle zuppe dove ci metti il pane o i crostini. Mi passa accanto quello che dovrebbe essere un manager, stanco, stufo e pure incazzato. Ma nemmeno con lui il puzzo demorde, cattura tutti e va a mischiarsi con quel che rimane dell’aroma di dopobarba dopo la lunga giornata, ultimo baluardo del profumo in una terra infestata dal fetore. Odio questa gente.
Gialli, bianchi, neri… Qui il razzismo non c’entra un cazzo. Li odio tutti e stop. Odio vedere il grande circo generazionale del 2010 propinarci ogni genere di esemplare: il punkettone coi piercing, la vecchia di prima, quella della zuppa, un cinese con una misteriosa borsa piena di merci, il barbone coi sacchetti dell’Esselunga e due cartoni sottobraccio. Fermata. Fuori uno e dentro l’altro. Una suora sale. E’ anziana e si muove alla moviola. Un tipo si alza e la lascia sedere. Bravo samaritano. La suora ora è seduta di fianco ad un transessuale dai lunghi capelli biondi. Cazzo che accoppiamento. Mi scappa da ridere. Mi faccio un film sulle loro storie di vita: la suora avrà avuto la vocazione ad un certo punto della sua vita, ma secondo me si può dire lo stesso anche per il transessuale. E’ sempre una sorta di vocazione, un richiamo.
Sferragliando, la lurida carcassa arancione avanza sempre più verso il centro di questo formicaio merdoso. Il trans scende. Mi alzo, mi preparo, voglio scendere. Comincio a preparare mentalmente il momento nel quale dovrò scattare per strada, dribblando alla Garrincha il fiume umano che già, dopo un’occhiata fuori dal finestrino, vedo attendermi sui marciapiedi.
E penso. Mi perdo in pensieri lontani, luoghi e persone. Colori. Azzurro. Tanto azzurro ovunque e il verde e... ed è proprio lì che succede. In un lampo, come un flash forward improvviso al video registratore. Mi ritrovo catapultato avanti di cinque secondi, senza averli vissuti. Sono per terra, steso.
Comincia tutto a ricomporsi davanti a me. Il sistema che si è interrotto bruscamente si sta riavviando ed ha quasi finito il caricamento. Ora comprendo.
Il tram è rovesciato. La gente urla. E‘ ferita. L’unica cosa che mi viene da dire è “Cazzo”.
Mi alzo. Che schifo sono finito su quei cartoni di merda che aveva il barbone. Spero che gli facciano da letto e basta e che il mio amico clochard non sia incontinente. Tiro un calcio agli schifosissimi sacchetti di plastica. Sto bene per fortuna. Anzi no. Perdo del sangue ma devo capire dove. Una sirena.
Mi guardo in giro. So che c’è una sola cosa importante da fare al momento. La gente può aspettare, i rantolii soffocati non mi distrarranno dal mio vero target. E‘ uno di quei momenti dove ti giochi tutto, dove rischi davvero che qualcuno faccia saltare il banco, il tuo banco, con te seduto sopra. Chissenefrega della vecchietta che puzza di zuppa, finita nell’incavo formato dai tre gradini per scendere e la porta d’entrata. Si muove. Per me è abbastanza.
Lontano s’intravede qualcosa. Il punkettone è in piedi. Sta bestemmiando perché ha un braccio rotto. Nel caos qualcuno smuove qualcosa da terra. Percepisco tutto. E‘ il mio momento. Ora che l’ho vista devo solo prenderla, farla mia, riacciuffarla dopo il suo tentativo di fuga.
Ci sono. Scosto la gamba malridotta della suora che sta piagnucolando, con la mano destra tento di dare una pulitina superficiale e poi finalmente torno a mettermela sulla spalla. La mia borsa. Il mio magico contenitore segreto.
Ora non mi resta che scendere. Non ne voglio sapere più nulla. “I soccorsi arriveranno a minuti”, urla qualcuno ma non ho minuti da buttare. Ne ho già persi troppi. Ma la mia borsa ora è qui con me. Ho tutto quello che mi serve. Ho una busta. La mia busta è la mia chiave magica per andarmene da questo posto di merda, da questo brutto livello dove ormai il mio alter-ego virtuale si è bloccato da anni. Il mio passepartout per il Verde e per l’Azzurro.
Dentro la busta ci sono 15000 nuove possibilità per una vita migliore altrove. Solo per iniziare. Giusto per fuggire. Qualcuno li chiamerebbe Euro. Io preferisco chiamarli possibilità. 15000 modi per avere una rivincita su quest’ammasso informe di materia biologica.
Trovo un varco. Scendo. Mi corrono incontro due controllori vestiti di tutto punto. Comincio a ridere. Mi immagino loro avvicinarsi e chiedermi di esibire l’abbonamento. Rido poi mi volto.
Sembra che il tram numero 52 abbia voluto accoppiarsi con il 54. La parte anteriore del 52 è completamente penetrata nel telaio metallico del 54. Ora la cabina di guida del conducente del 52 si trova a metà del 54, in una sorta di perversa matrioska tranviaria. I passeggeri del 52 sono stati shakerati malamente qua e là all’interno del tram mentre quelli del 54… beh.. alcuni se la passano proprio male.
Insieme al sottoscritto è riuscita a scendere una ragazza. E’ carina, bionda con gli occhi castani. Zoppica e singhiozza. Mi guarda. Anche qui l’unica cosa che mi viene da dire è “Cazzo”.
Mi incammino. Poi il gelo. Mi accorgo. Gli occhi si smorzano, il respiro si cristallizza. Guardo in basso.
La borsa è completamernte lacerata sul fondo. E’ irrimediabilmente vuota. Per la seconda volta nell’arco di pochi minuti il sistema si riavvia. Torno a comprendere. E’ tutto sul tram, è tutto perso.
Non piango, non impreco, non sbuffo. Cammino. Voglio lasciarmi tutto alle spalle. Era la mia occasione, ora è andata.
La gente si ammassa per vedere. Sadici bastardi. Odio la calca. Io continuo a camminare. Il sangue gronda dalla mia fronte e il bianco della camicia ora è solo un ricordo. Penso a quello che è successo. Sono ormai distante dall’incidente. Tutti si fermano attoniti a guardarmi.
Una donna mi corre incontro. Insiste, mi tocca, vuole sapere come sto.
E’ strano, ma l’unica cosa che mi viene in mente è “Che giornata di merda”.
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