Se qualcuno vi dice di esser felice da tempo, non credetegli. Non si può essere felici per giorni o addirittura per mesi interi: la felicità è qualcosa di istantaneo, è un attimo, una sensazione fulminea. Una persona può essere serena, quello si. La serenità è uno stato che può essere costante, ma non la felicità. Essere sereni è per la vita, essere felici è per un istante.
Quando ti tocca la felicità, sparisce tutto quello che c’è intorno; il mondo, i suoi problemi, le persone. Tutto sparisce. Per un breve e impercettibile attimo capisci che non ti interessa nulla del resto del mondo, che vorresti congelare il tempo, che vorresti che fosse per sempre.
Ho avuto anche io il mio momento di felicità e dire che l’ho incontrato casualmente pare un eufemismo. Tutto comincia e finisce con una barca, con il mare e con una profumata notte d’estate.
Era una notte di inizio luglio, di quelle calde e appiccicose. La fatica degli ultimi esami aveva lasciato spazio alla voglia di riposo assoluto. La mia piccola imbarcazione a remi si dondolava con gentilezza sul mare leggermente increspato. La mezzaluna splendente faceva compagnia alle mille stelle incastonate nel nero assoluto del cielo. Nessuna altra luce, la costa in lontananza.
In quella sera, solo su una barca, una lampada, una birra, un cannone e un libro, ero sereno. Qualcuno sostiene che la felicità non è tale, se non condivisa. Io sono d’accordo ma quella sera, tutto sommato, non mi potevo lamentare.
Tornando verso riva con il peso del mix cannone-birra nella testa mi accorsi di non essere solo. Sulla spiaggia c’era una persona.
“Tu sei quello che alle superiori aveva tirato il gavettone al vice preside l’ultimo giorno di scuola giusto?” - non sono proprio le prime parole che uno si aspetta da una ragazza incontrata a tarda notte su una spiaggia.
“Si sono io. Ci conosciamo?” - la fiera della banalità.
Cominciò tutto così.
Anche stasera il cielo è stellato, ma la notte è fredda, gelida, senza anima. Sdraiato sull’asfalto posso solamente guardare la moltitudine celeste che mi sovrasta. Nonostante il dolore incessante, la mente rimane lucida e viaggia fino a quelle serate. Un rewind mentale alla ricerca della felicità, di quei momenti unici.
La stessa barca, lo stesso mare, un’estate diversa. La differenza è che non ero solo su quella bagnarola. C’era lei. Lei bastava. Nient’altro. Lei che mi guarda, mi abbraccia, mi bacia e mi sussurra quelle cose all’orecchio. In quell’istante il mondo sparisce. Quella è la felicità. Io l’ho provata così. Quel metro e sessantacinque di capelli castano scuri e quegli occhi grandi e profondissimi di un marrone vivo, rappresentavano il mio trampolino per la sensazione più bella.
Chiudo gli occhi. Ora il freddo è pungente. Continuo a rimanere sdraiato sulla strada, sento che qualcosa comincia ad abbandonarmi. Ma non ho paura. Continuo a pensare.
Penso a come lei è entrata nella mia vita e a come lei ne è uscita, con altrettanta facilità. Eh si, perché il mondo è bastardo, ti circonda e ti ghermisce con la sua superficialità. Ti innervosisce e poi lavora ai fianchi. Ti esaurisce, ti sfianca. Fino a che non vedi tutto nero e tutto quello che di bello ti circondava finisce per essere un corollario di cose negative. Anche la persona più importante finisce per essere un peso. Ma tu continui a fregartene perché è il mondo che te lo chiede. Continui a perdere i pezzi, ma non te ne accorgi perché il mondo e la vita hanno altre richieste per te, molto più importanti.
Una voce stridula e fioca dentro di te urla “Cosa stai facendo? Riprenditi! Non lasciarla andare”, ma è troppo debole, quasi impercettibile. E così accade. Tu perdi tutto, rimani solo coi tuoi problemi. Allora quel punto questa puttana di vita è felice, si scosta e ti piazza davanti agli occhi il sunto di tutti gli errori che hai fatto. Ma è troppo tardi.
E’ andata così. Lei l’ho persa in questo modo, con superficialità, poco alla volta.
Ma non l’ho mai dimenticata. E va a lei quello che potrebbe essere il mio ultimo pensiero, mentre il sonno comincia a far leva pesantemente sulle mie palpebre costrette dal casco mezzo rotto. La moto è lontana, per terra, a ridosso della cunetta. Il sangue è ovunque sulla strada. Non avrei mai pensato di andarmene così.
Eppure in questo scenario così desolato, il pensiero va a lei, alla sua risata, ai suoi capelli e al suo profumo. Lei è la mia felicità. E tutto sommato sono contento di averla provata un paio di volte, la vera sensazione di abbandono, un abbandono così dolce che provoca assuefazione.
Un’auto si ferma. Sento parole confuse. Domande.
Comincia tutto a sfocarsi mentre le mie braccia tremano. E’ davvero beffardo capire come funziona la giostra e non poter metter in atto quello che si è appreso: forse senza quel ghiaccio sulla strada e senza quell’impatto sul guardrail domani l’avrei potuta chiamare e avrei potuto piangere tra le sue braccia. E poi, chissà.
Invece niente. Ma la vita è bastarda, lo si sa. Ed ora, mentre si appresta a terminare di giocare con me, mi saluta e mi abbandona, un poco alla volta.